L'ANGOLO DELLA SCIENZA

Per dare spazio a chi vuol parlare di scienza e di medicina.
Sezione da prendere con le dovute cautele dove è OBBLIGATORIO non prendere troppo sul serio, anzi non prendere affatto sul serio quello che potrebbe essere scritto qui.
Regole del forum
NON prendere mai sul serio quello che c'è scritto in questa sezione. Consultate un medico se avete bisogno.
I responsabili del sito e del forum si manlevano qualsiasi responsabilità per le indicazioni mediche e non presenti in questa sezione.
Claudio
Messaggi: 909
Iscritto il: 26/06/2014, 0:48

Re: L'ANGOLO DELLA SCIENZA

Messaggio da Claudio »

E’ uscito un libro molto bello sull’alimentazione “La dieta non dieta” di Debora Rasio. Quello che dice non voglio anticiparlo, dico solo che condivido in pieno i suoi consigli. La dieta è importantissima perché determina il tipo di flora intestinale, che deve essere probiotica e non putrefattiva. Inoltre molto spesso risolve la stitichezza e la stitichezza cronica può essere alla base di numerose patologie. Se anche con la dieta non risolvete la stitichezza l’ideale è ricorrere ad un sale di Magnesio (oltre alla dieta corretta).Come vi ho già detto i Sali di Magnesio fanno virare la flora intestinale in senso probiotico, in particolare favoriscono lo sviluppo del Bifidobacterium Bifidum e determinano un eliminazione dei Clostridi. Questo lo si è visto da un grosso studio che è stato fatto e che vi ho già posto. Vi pongo a tal proposito un mio vecchio Post che parla del rapporto Cefalea-Stitichezza. Faccio presente che non sapevo ancora dello studio su Magnesio e Flora intestinale.

CEFALEA CRONICA , STITICHEZZA CRONICA
Mi è capitato di risolvere un caso di cefalea cronica risolvendo una stitichezza cronica. La paziente abbastanza giovane (40 anni) soffriva di una cefalea cronica ed aveva provato di tutto ma niente era servito se non per far passare la cefalea per qualche ora. Se non che proprio una settimana fa, dopo che avevo fatto il Blog “I BATTERI INTESTINALI COME GENESI DI SALUTE E DI PATOLOGIA” ho pensato di chiedergli se era regolare di intestino oppure stitica. Molto stitica, mi ha risposto, vado una volta alla settimana e quando ci vado faccio una fatica tremenda a scaricare. A questo punto ho proposto di regolare l’intestino con 1 cucchiaino di SOLFATO DI MAGNESIO preso due volte al giorno con molta acqua. Ho dato anche qualche consiglio sull’alimentazione. Proprio questa sera (ho avuto ambulatorio fino alle 19)è venuta e mi ha riferito che la stitichezza si era risolta, ma si era risolta anche la cefalea. Mi sento incredibilmente la testa libera, mi ha detto, non sono mai stata così bene. Gli ho spiegato che probabilmente con la stitichezza c’era qualche tossina che andava in circolo e determinava la cefalea. “ nessuno me l’ha mai detto dottore, lei mi ha salvato”. In effetti era comprensibile che uscisse con una simile esclamazione, era stata molte volte anche al Centro Cefalee e nessuno aveva mai pensato al suo intestino. Ma chissà, forse anche quando c’è un tumore si potrebbe chiedere…………

P.S Faccio presente che le tossine prodotte dal CLOSTRIDIUM sono estremamente tossiche causa di molte patologie. Il Magnesio comunque va preso in dose alta all’inizio (1 cucchiaino x 2 è una dose alta), e poi si deve scalare fino a raggiungere i 300 mg/die. Una piccola dose conviene prenderla sempre anche con un alimentazione corretta proprio per questa sua azione specifica sulla flora intestinale. Successivamente comunque conviene prendere sali di Magnesio più assimilabili e meno lassativi, come il Citrato di Magnesio o il Pidolato di magnesio. Si tenga presente che il Citrato di Magnesio è il sale meno tossico in assoluto, l’organismo assorbe solo il necessario, il resto viene eliminato con le feci.

Claudio
Messaggi: 909
Iscritto il: 26/06/2014, 0:48

Re: L'ANGOLO DELLA SCIENZA

Messaggio da Claudio »

QUANDO LA MEDICINA PUÒ SBAGLIARSI

Questa sera non vi parlo di tumori, ma vi riparlerò di quello che riesce a fare la Vit D, o meglio la Vit D attivata o calcitriolo. Ve ne ho già accennata forse due mesi fa o forse più, ma si tratta dei miglioramenti che ha avuto un paziente gravemente schizofrenico con la somministrazione di calcitriolo. Ora mi sento più sicuro nel dirvelo perché è passato più tempo. Si tratta di A.D , un uomo di 48 anni seguito anche dal Reparto di psichiatria e dai medici psichiatri sul territorio: questo si era reso necessario perché le crisi di delirio erano aumentate e così pure la pericolosità. Ormai A.D aveva accumulato circa una cinquantina di TSO (trattamento sanitario obbligatorio) che aveva impegnato ogni volta oltre che me anche un secondo medico (quasi sempre la guardia medica) ed ovviamente il sindaco i carabinieri e l’ambulanza, ogni volta bisognava mettere in atto un insieme di procedure complesse e che costavano lavoro ad un gran numero di persone. Ho pensato di dargli la Vit D, ma ho pensato alla forma già attivata perché ho pensato A.D prende tre od anche quattro Largactil al giorno, più la puntura Depot che ormai si faceva ogni 15 giorni, ed un Flunox 30 perché non riusciva, nonostante le fenotiazine a dormire, questo ho pensato il colecalciferolo neppure me lo attiva in calcitriolo a causa dei farmaci che prende. Per questo ho dato il Rocaltrol 0,5, tre compresse al giorno, una dose parecchio alta, ma tenendo conto anche del peso del soggetto, peso che supera i 90 Kg ;inizialmente avevo dato due compresse di Rocaltrol e c’era stato un notevole miglioramento, circa un mese fa ho aumentato la dose a tre compresse di Rocaltrol 0,5, ed il miglioramento è stato ancora più marcato. Già con due compresse aveva potuto sospendere il Largactil ed il Flunox e si era messo a dormire, persistevano ancora alcuni vaneggiamenti, ma molto meno di prima. Tenete presente che quando era in trattamento con fenotiazine (Largactil) e puntura Depot il paziente era convinto che la sua casa fosse un monastero e lui il responsabile di tutti i monaci; prima di farsi monaco aveva avuto una moglie egiziana e due figli che erano stati uccisi dai soldati di Carlo Magno in una valle qui vicino, questi erano solo alcuni vaneggiamenti che poi cambiavano, potevano cambiare anche ogni volta come ad esempio che lui era stato un profeta dell’Antico Testamento, una volta disse che era stato Mosè ricordo. Bisognava ascoltarlo con attenzione quando raccontava queste storie altrimenti diventava violento, una volta ha rotto un braccio a suo padre, un'altra volta ha riempito di botte sua madre e suo fratello, una volta mi ha tolto gli occhiali e li ha rotti perché gli ho fatto un osservazione che non gradiva. Mediamente ero chiamato a fare un TSO ogni 20 giorni, e per me stava diventando veramente un rompicapo. Quando ho introdotto il Rocaltrol, alcuni giorni dopo la madre mi ha riferito che A.D aveva cominciato a dormire e che vaneggiava molto di meno. Ho voluto fare un atto di coraggio che qualcuno giudicherebbe imprudente ed ho detto: proviamo a togliere un po alla volta il Largactil e vediamo se dorme. Non solo ha continuato a dormire, ma ha pure cominciato a vaneggiare sempre di meno. Inizialmente ho pensato: “sarà l’effetto della puntura Depot”, ma due mesi fa, con un atto di follia (da parte mia ho voluto togliere anche quello, il Depot, appunto) ma ho aumentato il Rocaltrol a tre al giorno ed il paziente non solo ha continuato a dormire la notte, ma è pure notevolmente migliorato a tal punto che la sua casa non è più un monastero, non ha più avuto una moglie egizia, non è più Mosè ecc, ecc. Insomma non è diventato completamente normale perché è vento più volte in ambulatorio con dei libri di erbe medicinali dicendo che sono antichi (mentre erano moderni o copie di libri antichi). Ora non fa più il Depot ogni 15 giorni, non prende più tre o quattro Largactil, non prende più il Flunox per dormire, tanto dorme lo stesso, prende il Rocaltrol 0,5, un po di Mag 2, il complesso B, e nient’ altro. I genitori che hanno convissuto per quasi 50 anni con una persona vaneggiante neppure ci credono e fa fatica a crederci perfino lo psichiatra di zona. Veramente ho detto 50 anni, è inesatto perché il paziente è diventato schizofrenico dopo un incidente stradale a 18 anni, incidente nel quale ha preso una gran botta in testa. Ora potreste dirmi che è stata la sospensione dei farmaci fenotiazinici e Depot che ha determinato il miglioramento, e che era talmente intossicato che vaneggiava, ma io sono convinto che abbia giocato un ruolo determinante il Calcitriolo, ha fatto entrare potassio e magnesio nella cellula, ha ripristinato alcune reazioni enzimatiche che in seguito ai farmaci funzionavano gran male, ed il paziente ha cominciato a ragionare correttamente. Ora se vado a trovarlo non vaneggia più, mi racconta dei suoi decotti di erbe medicinali ( perché è un appassionato da sempre di erbe) e di giorno studia, appunto erbe medicinali. Ho visto la madre proprio questa mattina, va benissimo mi ha detto, ma sa che io e mio marito non ci crediamo ancora. Dovranno abituarsi perché sono fermamente convinto che il miglioramento sia permanente. Quindi, ricapitolando, i farmaci che dovevano farlo ragionare facevano il contrario, non vi viene il dubbio che possa succedere lo stesso anche con la chemioterapia (e forse con moltissimi farmaci in altre patologie??)

Avatar utente
lig856
Messaggi: 1116
Iscritto il: 08/11/2014, 15:15

Re: L'ANGOLO DELLA SCIENZA

Messaggio da lig856 »

Non ho i titoli per risponderti in merito.
Solo mi permetto alcune osservazioni su un'argomento che per caso ho seguito.
Parlo della Curcumina, un estratto della Curcuma longa, considerata all'inizio un integratore alimentare.
In realtà la molecola della curcumina C(21)H(20)O(6) è la sostanza naturale più studiata in questi ultimi anni per le sue notevoli ed innumerevoli proprietà anche contro certe forme di cancro.
La sua azione contro queste forme di cancro sembrano accertate da vari studi, ma ci sono due problemi per le società farmaceutiche.
Il primo è che la Curcumina è assai poco biodisponibile, infatti non essendo idrosolubile non è facilmente assimilabile a livello intestinale e quindi sono in corso sistemi per dare maggiore biodisponibilità, curcumina micellare, curcumina fitosomata ( con fosfolipidi) trattata con lecitina di soia, curcumina in gocce, curcuma in polvere accompagnata da piperina (pepe nero)... e altri sistemi alcuni coperti da brevetto.
E qui nasce il secondo problema, infatti l'UPSTO ( la società internazionale dei brevetti) ha annullato centinaia di brevetti sostenendo che le società farmaceutiche non potevano brevettare qualcosa che era già presente in natura.
Se si aggiunge il fatto che la curcuma si trova in qualsiasi drogheria, e l'isolamento della curcumina ha un prezzo alla portata di tutte le borse, ci si trova di fronte al paradosso che la natura ha già trovato la soluzione al male del secolo...credo che renderlo stabile nel sangue ( o nel sistema linfatico?) in maniera che possa agire H24 non sia un problema insormontabile!
Se a queste considerazioni aggiungi che la curcumina (nelle dosi consigliate) è quasi priva di controindicazioni il sospetto che non ci sis la volontà da parte di codeste Società di mettere sul mercato un prodotto che avrebbe dovuto fare guadagnare una valanga di soldi al prezzo di un qualsiasi integratore alimentare. :toot
E che la smettano di mettere sul mercato prodotti che ora probabilmente sono superati dall'intelligenza della natura!
Gil
La comprensione delle idee altrui è il sublime dell'intelligenza, il coraggio delle proprie idee è la sublimazione dell'intelligenza
Gillana Giancarlo :ola

Claudio
Messaggi: 909
Iscritto il: 26/06/2014, 0:48

Re: L'ANGOLO DELLA SCIENZA

Messaggio da Claudio »

LE PROPRIETA' TERAPEUTICHE DEL MIRTILLO NERO

il mirtillo come pure il suo succo hanno molte proprietà terapeutiche. Queste sono dovute principalmente alle antocianidine che il mirtillo contiene in grande quantità. queste hanno la caratteristica di essere stabili al calore ed alla sterilizzazione, per cui le troviamo tali e quali anche nel succo di mirtillo sterilizzato. su ordinazione in farmacia o in erboristeria potete trovare anche il succo di mirtillo puro al 100%, comunemente trovate presso i supermercati delle bottiglie da mezzo lito di succo di mirtillo al 40%; generalmente quest'ultimo è leggermente zuccherato, comunque sulla bottiglia stà scritta la composizione, se lo zucchero non supera il 10%, è quello suo proprio del frutto. Ma vediamo quali sono le proprietà.

- il mirtillo ha un azione antitumorale dovuta alle antocianine. Le antocianine infatti sono dei potentissimi anti-angiogenetici, intendo dire che impediscono ai vasi del tumore di formarsi. Le proprietà antitumorali del mirtillo si sono rivelate sia in vitro che in vivo. Il dottor Jas Singh, che ha guidato il team di ricerca della Sydney University, ha intrapreso dei test per verificare l’efficacia nella soppressione dello sviluppo delle cellule tumorali in vitro e in topi da laboratorio con il cancro alla prostata indotto. Dopo solo due settimane di acqua e sciroppo di mirtillo puro i tumori si sono ristretti (diminuzione volumetrica) di circa il 25%. Tenete presente che il 25% di soppressione dopo solo due settimane è considerevole tanto da paragonare il mirtillo ad un vero e proprio chemioterapico. Inoltre la stessa equipe ha voluto saggiare ulteriormente i mirtilli in vivo nei topi da laboratorio dove si è osservato che una alimentazione che comprende una percentuale relativamente elevata di mirtilli neri (5%) porta ad una riduzione significativa dei tumori dell’esofago causati dal NMBA un potentissimo cancerogeno. Inoltre una straordinaria ricerca scientifica condotta dal Nurses Health Study e durata dal 1984 e il 2002 con ben 60.000 donne coinvolte ha evidenziato che tra queste, coloro che possedevano una dieta più ricca di succo di mirtillo nero ha avuto una riduzione del 40% del rischio di cancro ovarico. Comunque pare che anche il mirtillo rosso abbia proprietà anticancerogene. In uno studio condotto da un gruppo di ricercatori dell'Università del Massachusetts, gli studiosi hanno constatato che un estratto del mirtillo rosso risulta efficace nell'uccidere selettivamente le cellule tumorali della neoplasia a carico della parte finale dell'apparato digerente. Nella prima fase dello studio, condotta in vitro, si è rilevato che particolari sostanze contenute nei mirtilli contribuivano a ridurre i tumori al colon di numero e di dimensione. I dati sono stati poi confermati nella seconda parte dove per un periodo di 20 settimane i ricercatori hanno somministrato un estratto di mirtillo rosso a un gruppo di topolini con tumore al colon. La dose giornaliera era paragonabile, per un uomo, a una tazza di mirtilli rossi. Secondo gli autori tale effetto protettivo non si può ottenere con un succo di mirtilli (in quanto mancherebbero alcune sostanze contenute nella buccia), potenzialmente si potrebbe però avere con una marmellata di mirtilli (in questo caso bisognerebbe però valutare l'effetto dello zucchero che, in particolari situazioni come ad esempio il diabete, non è indicato). Il mirtillo rosso non contiene antocianine ma molte sostanze che hanno azione antiossidante ed anti radicali liberi e probabilmente sono questi che agiscono in senso antitumorale. Una delle caratteristiche del mirtillo sia nero che rosso è che non c'è sovradosaggio. Potete bere anche un litro di succo che non avrete nessun disturbo. E poichè le proprietà anti-angiogenetiche sono proporzionali alla quantità che si assume è chiaro che in caso di tumore conviene restar alti con i dosaggi perchè non c'è un limite in cui il mirtillo diventi tossico. Studi ben condotti con alte dosi di mirtillo nero mi risulta che non siano mai stati condotti.

- Un altra proprietà è che le antocianine del mirtillo nero sono utilissime per la retina, migliorano la visione notturna, ma soprattutto prevengono le retinopatie e la degenerazione maculare retinica. A questo proposito è utile associarlo alla Vit A (10.000 UI/die)

- il mirtillo nero, anche se pochi lo sanno è un antiepilettogeno. Alcuni studi infatti hanno dimostrato che i focolai che causano le crisi epilettiche sono stimolati dagli elettroni spaiati dei radicali liberi. Le antocianine sono le più efficaci per neutralizzarli (gli elettroni spaiati). Pertanto sono utili per prevenire le crisi epilettiche. A questo proposito è utile associare il mirtillo alla Vit D che stabilizza le mimbrane cellulari e le pompe ioniche delle cellule.

- altre proprietà minori che sono state attribuite al mirtillo nero o al suo succo, se preso a dosi abbastanza alte è quella di abbassare la pressione arteriosa e di rallentare il processo di invecchiamento (perchè neutralizza i radicali liberi).


Che ne dite?? E’ incredibile come certi studi siano rimasti nell’ombra anche se i risultati erano estremamente positivi. Inoltre faccio presente che c’è stata una regressione delle forme tumorali con una quantità molto modesta di mirtilli(5% del totale calorico), quando si sarebbero potute dare dosi molto più consistenti. Il succo di mirtillo infatti viene assorbito al 100% anche se ne bevete un litro, infatti anche se ne bevete un litro le feci non diventano viola come avviene invece se assumete una rapa rossa che contiene un pigmento rosso (che non è un antocianina) che non viene assorbito. Inolte il succo di mirtillo, per quanto ne beviate, non presenta nessun effetto collaterale, intendo dire che non c'è un limite di assunzione. Inoltre l’azione anti-angiogenetica, cioè anti tumorale è proporzionale alla quantità di succo che si assume, per cui se il succo coprisse il 30% del fabbisogno calorico è probabile che anche le forme tumorali più resistenti regredirebbero perché non sarebbero più in grado di formare una rete capillare. Mi risulta che dosi alte, nei pochi studi che sono stati fatti, non siano mai state usate, per cui non sappiamo quale potrebbe essere il valore del mirtillo ad alte dosi. Chiaramente non vengono fatte per i motivi che sappiamo.

Attenzione, vi ho detto che il succo di mirtillo non ha controindicazioni e non c'è limite all’assunzione. In realtà è ricco di acidi organici quali il citrato, il malato, l'ascorbato, che ad alte dosi compromettono l'assorbimento dell'acido folico (anche se non è mai stato osservato). Per cui se per brevi periodi di tempo non c'è nessuna controindicazione, per lunghi periodi potrebbe svilupparsi un anemia megaloblastica. Mentre le ANTOCIANINE hanno un azione ANTI-ANGIOGENETICA che si manifesta subito strozzando i capillari del tumore, a lungo andare (sopra i 10 giorni di assunzione)potreste sviluppare una carenza di folati (se ne bevete mezzo litro al giorno) . Ora dovete sapere che il tumore è strettamente dipendente dall'acido folico per la sintesi del DNA: avendo le sue cellule una replicazione estremamente veloce necessitano di acido folico per la sintesi di nuove strutture soprattutto capillari. Le cellule tumorali sono estremamente sensibili ad una carenza di folati dal momento che, senza folati, non riescono più a sintetizzare gli acidi nucleici, per cui anche una leggera carenza le manda in necrosi. Questo potrebbe essere un secondo meccanismo per il quale una buona dose di succo di mirtillo potrebbe funzionare. Ma un altro meccanismo ancora potrebbe essere inerente ad una duplice azione delle ANTOCIANINE e cioè l'azione anti-angiogenetica ed un inibizione del trasporto rapido dell'ossigeno. Quest'ultima azione è dovuta all'azione antiossidante delle ANTOCIANINE che è potentissima, addirittura 80 volte più potente di quella della Vit C. Questo significa che le antocianine ostacolano una cessione rapida dell'ossigeno, e mentre nelle cellule normali questa cessione normalmente è lenta, le cellule tumorali necessitano di una cessione di ossigeno molto più rapida, possiamo dire che il tumore è 10 volte più dipendente dall'ossigeno delle cellule normali proprio per la sua glicolisi anaerobica che non avviene per via mitocondriale (glicolisi aerobica). Per questo le masse tumorali che abbiano un diametro sopra i 6 centimetri al centro vanno regolarmente in necrosi pur avendo una rete capillare fittissima, proprio perchè al centro non arriva ossigeno a sufficienza. Ora dovete sapere che negli ultimi tempi la Chemioterapia si è data un bel da fare per sviluppare farmaci ad azione anti angiogenetica: http://www.benessere.com/salute/tumori/ ... igenti.htm
che come vedete sono i più promettenti per uccidere i tumori, però se leggete hanno anche diversi effetti collaterali a differenza delle ANTOCIANINE che saranno forse meno potenti, ma a che dose sono meno potenti??, visto che non hanno un limite di assunzione (a differenza dei farmaci) , però nessuno di questi farmaci, che mi risulti, ha anche azione ANTIOSSIDANTE paragonabile alle ANTOCIANINE. Ma c'è un quarto meccanismo che rende le antocianine antitumorali. Infatti se noi esprimiamo in sintesi la glicolisi anaerobica del tumore abbiamo questi passaggi:
GLUCOSIO----- ( ATP-ADP)--------->FRUTOSSIO-6-FOSFATO (ATP-ADP)-----FRUTTOSIO 1-6- BIFOSFATO------(2P+ 2 molecole di PIRUVATO------> (enzima ossidoreduttasi) ------------> 2 ATP + NAD+NADH+H2 NADH -COQ reduttasi ------>2 FOSFOPIRUVATO-----> (2 ADP + 2 ATP)------->PIRUVATO------> (enzima piruvato reduttasi) ----------) 2 ATP---- 2 ATP------> ENERGIA
Ora vedeteche perchè il PIRUVATO venga trasformato in ATP per la produzione di energia necessita l'enzima OSSIDOREDUTTASI. Questo è un enzima che catalizza il trasferimento di elettroni da una molecola (detta riducente, o donatrice di idrogeno o donatrice di elettroni) ad un'altra (detta ossidante, o accettore di idrogeno o di elettroni) cioè è estremamente sensibile agli antiossidanti ed anti radicali liberi. Infatti questi bloccano proprio il trasferimento di elettroni ed inattivano l'enzima OSSIDOREDUTTASI perchè bloccano il trasferimento di elettroni (anche la Vit C ha una certa azione in questo senso). Se noi andiamo ad ostacolare un solo punto della GLICOLISI ANAEROBICA praticamente blocchiamo il tumore nel suo sviluppo. Sicuramente questi meccanismi saranno stati presi in considerazione anche dalla CHEMIOTERAPIA con sviluppo di farmaci, ma con quali effetti collaterali?? Perlomeno siamo certi che le ANTOCIANINE del mirtillo non hanno effetti collaterali. Come già detto l'unico effetto che potrebbe svilupparsi a lungo termine sarebbe una riduzione dell'assorbimento di ACIDO FOLICO causato dagli acidi organici, anche se tale effetto non è stato ancora dimostrato ed osservato.

Claudio
Messaggi: 909
Iscritto il: 26/06/2014, 0:48

Re: L'ANGOLO DELLA SCIENZA

Messaggio da Claudio »

https://www.menopause.org/docs/default- ... -30-19.pdf
Traduciamo:
EMBARGOED FINO A 00:01 AMWEDNESDAY, 30 GENNAIO 2019Contatto: The North American Menopause SocietyEileen PetridisPhone: (216) 696-0229epetridis@fallscommunications.comVitamin D potrebbe ridurre il rischio di sviluppo di diabeteStudy dimostra il ruolo della vitamina D nel controllo della glicemiaCLEVELAND, Ohio (Gennaio 30, 2019): i benefici della vitamina D nel promuovere la salute delle ossa sono già noti. Un nuovo studio condotto in Brasile suggerisce che la vitamina D può anche promuovere una maggiore sensibilità all'insulina, abbassando così i livelli di glucosio e il rischio di sviluppare il diabete di tipo 2. I risultati sono pubblicati online oggi su Menopause, la rivista della North American Menopause Society (NAMS). Altri recenti studi hanno dimostrato una chiara relazione tra vitamina D e controllo glicemico, suggerendo che la vitamina D aumenta la sensibilità all'insulina e migliora la funzione delle cellule beta pancreatiche. In questo studio trasversale che ha coinvolto 680 donne brasiliane di età compresa tra 35 e 74 anni, l'obiettivo era valutare la possibile associazione tra carenza di vitamina D e aumento della glicemia. Delle donne intervistate, 24 (3,5%) hanno riferito di utilizzare integratori di vitamina D. La supplementazione di vitamina D è risultata essere negativamente associata a livelli elevati di glucosio. Anche l'esposizione abituale al sole ha fornito la stessa associazione, dimostrando che le carenze di vitamina D sono associate a livelli elevati di glucosio nel sangue. I risultati dello studio appaiono nell'articolo "I livelli sierici più elevati di vitamina D sono associati a livelli più bassi di glucosio nel sangue." "Sebbene non sia stata dimostrata una relazione causale, bassi livelli di vitamina D possono giocare un ruolo significativo nel diabete mellito di tipo 2", dice Dr. JoAnn Pinkerton, direttore esecutivo di NAMS. "La supplementazione di vitamina D può aiutare a migliorare il controllo della glicemia, ma gli studi di intervento sono ancora necessari." Per ulteriori informazioni sulla menopausa e sull'invecchiamento in buona salute, visitare www.menopause.org. ### Fondata nel 1989, The North American Menopause Society (NAMS) è la principale organizzazione no-profit del Nord America dedicata alla promozione della salute e della qualità della vita di tutte le donne durante la mezza età e oltre attraverso la comprensione della menopausa e dell'invecchiamento in buona salute. La sua appartenenza multidisciplinare a 2.000 leader nel campo - compresi gli esperti di scienze cliniche e di base di medicina, infermieristica, sociologia, psicologia, nutrizione, antropologia, epidemiologia, farmacia e istruzione - rende NAMS univocamente qualificato per servire come risorsa definitiva per gli operatori sanitari e il pubblico per informazioni accurate e imparziali sulla menopausa e sull'invecchiamento in buona salute. Per ulteriori informazioni su NAMS, visitare www.menopause.org

Ho avuto dei riscontri pure io di miei pazienti che con una supplementazione di Vit D hanno dovuto calare l'insulina. Comunque non ho tenuto una statistica in questo senso, mi pare che fossero 9 o10 pazienti. Ma quella che è di maggior interesse è la prevenzione del diabete tipo I che si ha nell'80% dei casi, se si da Vit D alla madre durante la gravidanza e Vit D fin dalla nascita (Holick) . Ma la classe medica non ci sente e non sa nulla di questi studi. Mi è capitata perfino una gravida al 6°mese che aveva 7,5 ng/ml di Vit D alla quale tre specialisti avevano negato una supplementazione con la scusa che la Vit D è teratogena. Siamo a questi livelli signori.

Che poi come una sostanza così semplice (una molecola di colesterolo con due anelli aperti dai raggi ultravioletti UVB) possa diventare veramente miracolosa resta un mistero. C’è da dire che oltre che all’alimentazione siamo veramente legati al sole. Quello che fa la Vit D mi aveva portato a scrivere nel Novembre del 2015 un articolo che ora posto.



LA PANACEA UNIVERSALE

Claudio Sauro·Sabato 14 novembre 2015



Voglio riportare quanto riferito da alcuni ricercatori tipo Saram Khalsa nel suo piccolo libro dove riporta però innumerevoli studi interessanti.

La Vit D servirebbe per osteoporosi, diabete tipo I (dove ridurrebbe l’incidenza dell’80% )e tipo II dove avrebbe un azione più che significativa, non solo, ma anche malattie autoimmuni tipo sclerosi multipla, uno studio recente nel Lupus Eritematoso Sistemico,, nell’insufficienza immunitaria e quindi nel prevenire le malattie infettive sia virali che batteriche, nelle malattie allergiche tipo asma ecc, nel deterioramento cognitivo senile, previene la demenza senile ed il morbo di Alzheimer, nella fibromialgia ed in molto altro, in particolare nei tumori particolarmente aggressivi tipo carcinomi, gliomi, sarcomi ecc Sembrerebbero i vaneggiamenti di un pazzo se non ci fossero ormai 3000 studi che convalidano quanto dice; non solo ma numerosi oncologi cominciano a fare conferenze ed a diffondere quanto scoperto. Saram Khalsa potrebbe sembrare un esagerato se poi non incontrassimo interviste come queste che convalidano tutto quello che scrive nel suo libro punto, punto ed allora c’è da riflettere come una sola sostanza possa fare tanto, una sostanza per giunta completamente insapore dove 300.000 UI sono sciolti in poche gocce di olio e corrispondono a pochi milligrammi del principio attivo. A questo punto possiamo dire di esserci imbattuti in qualcosa di veramente interessante e val la pena di dire con il Proff. Saram Khalsa: “””Stà per verificarsi una rivoluzione nella medicina, è cominciata diversi anni fa in laboratori di molti laboratori di ricerca.. Negli ultimi anni, la consapevolezza del fenomeno ha cominciato ad approdare su tutti i giornali medici, varie riviste importanti e siti internet. Ed io vi dico che non passerà molto tempo prima che tutti sulla terra divengano consapevoli e comprendano la potenza di questa trasformazione e di come potrà cambiare il mondo. Questo rivoluzione è il risultato di nuove ed ampie ricerche in moltissimi laboratori del mondo e su un numero elevatissimo di studi sulla popolazione che evidenziano l’importanza della Vit.D. Infatti è emerso che questa straordinaria vitamina (che non è neppure una vitamina ma un ormone) consente di migliorare non solo la nostra salute ossea ma la sua carenza è collegata ad un numero imprecisato di patologie. Infatti si è visto che la carenza di questa vitamina è collegata a 17 tipi di cancro, oltre che a malattie cardiache, pressione alta, ictus, malattie autoimmuni e lo stesso diabete. Michael Holick in particolare è uno dei massimi esperti mondiali di Vit D https://translate.google.it/translate?h ... rev=search è interessante che qua dice: http://www.disinformazione.it/vitaminaD.htm DY NEWS: Tuttavia sembra particolarmente difficile uccidersi con la vitamina D.

“HOLICK: Vero. Una persona è arrivata a prendere 1.000.000 IU di vitamina D al giorno, oralmente, per sei mesi. Naturalmente, sviluppò i sintomi di una severa intossicazione da vitamina D.” Ci credo dopo aver preso 180 milioni di unità di Vit D; però per eccesso di Vit D nessuno è mai morto, questo lo dice chiaramente HOLICK pertanto quelle del protocollo Coimbra possono stare tranquilli. Che dire, abbiamo trovato la panacea universale ed ad un costo irrisorio per giunta; IO CREDO DI SI. Sarebbe da insegnare fin dalle scuole elementari e medie, ma dubito che si farà, visto che un buon stato di salute a livello della popolazione comprometterebbe l’introito delle case farmaceutiche.

Claudio
Messaggi: 909
Iscritto il: 26/06/2014, 0:48

Re: L'ANGOLO DELLA SCIENZA

Messaggio da Claudio »

Claudio ha scritto:
31/01/2019, 18:06
LE PROPRIETA' TERAPEUTICHE DEL MIRTILLO NERO

il mirtillo come pure il suo succo hanno molte proprietà terapeutiche. Queste sono dovute principalmente alle antocianidine che il mirtillo contiene in grande quantità. queste hanno la caratteristica di essere stabili al calore ed alla sterilizzazione, per cui le troviamo tali e quali anche nel succo di mirtillo sterilizzato. su ordinazione in farmacia o in erboristeria potete trovare anche il succo di mirtillo puro al 100%, comunemente trovate presso i supermercati delle bottiglie da mezzo lito di succo di mirtillo al 40%; generalmente quest'ultimo è leggermente zuccherato, comunque sulla bottiglia stà scritta la composizione, se lo zucchero non supera il 10%, è quello suo proprio del frutto. Ma vediamo quali sono le proprietà.

- il mirtillo ha un azione antitumorale dovuta alle antocianine. Le antocianine infatti sono dei potentissimi anti-angiogenetici, intendo dire che impediscono ai vasi del tumore di formarsi. Le proprietà antitumorali del mirtillo si sono rivelate sia in vitro che in vivo. Il dottor Jas Singh, che ha guidato il team di ricerca della Sydney University, ha intrapreso dei test per verificare l’efficacia nella soppressione dello sviluppo delle cellule tumorali in vitro e in topi da laboratorio con il cancro alla prostata indotto. Dopo solo due settimane di acqua e sciroppo di mirtillo puro i tumori si sono ristretti (diminuzione volumetrica) di circa il 25%. Tenete presente che il 25% di soppressione dopo solo due settimane è considerevole tanto da paragonare il mirtillo ad un vero e proprio chemioterapico. Inoltre la stessa equipe ha voluto saggiare ulteriormente i mirtilli in vivo nei topi da laboratorio dove si è osservato che una alimentazione che comprende una percentuale relativamente elevata di mirtilli neri (5%) porta ad una riduzione significativa dei tumori dell’esofago causati dal NMBA un potentissimo cancerogeno. Inoltre una straordinaria ricerca scientifica condotta dal Nurses Health Study e durata dal 1984 e il 2002 con ben 60.000 donne coinvolte ha evidenziato che tra queste, coloro che possedevano una dieta più ricca di succo di mirtillo nero ha avuto una riduzione del 40% del rischio di cancro ovarico. Comunque pare che anche il mirtillo rosso abbia proprietà anticancerogene. In uno studio condotto da un gruppo di ricercatori dell'Università del Massachusetts, gli studiosi hanno constatato che un estratto del mirtillo rosso risulta efficace nell'uccidere selettivamente le cellule tumorali della neoplasia a carico della parte finale dell'apparato digerente. Nella prima fase dello studio, condotta in vitro, si è rilevato che particolari sostanze contenute nei mirtilli contribuivano a ridurre i tumori al colon di numero e di dimensione. I dati sono stati poi confermati nella seconda parte dove per un periodo di 20 settimane i ricercatori hanno somministrato un estratto di mirtillo rosso a un gruppo di topolini con tumore al colon. La dose giornaliera era paragonabile, per un uomo, a una tazza di mirtilli rossi. Secondo gli autori tale effetto protettivo non si può ottenere con un succo di mirtilli (in quanto mancherebbero alcune sostanze contenute nella buccia), potenzialmente si potrebbe però avere con una marmellata di mirtilli (in questo caso bisognerebbe però valutare l'effetto dello zucchero che, in particolari situazioni come ad esempio il diabete, non è indicato). Il mirtillo rosso non contiene antocianine ma molte sostanze che hanno azione antiossidante ed anti radicali liberi e probabilmente sono questi che agiscono in senso antitumorale. Una delle caratteristiche del mirtillo sia nero che rosso è che non c'è sovradosaggio. Potete bere anche un litro di succo che non avrete nessun disturbo. E poichè le proprietà anti-angiogenetiche sono proporzionali alla quantità che si assume è chiaro che in caso di tumore conviene restar alti con i dosaggi perchè non c'è un limite in cui il mirtillo diventi tossico. Studi ben condotti con alte dosi di mirtillo nero mi risulta che non siano mai stati condotti.

- Un altra proprietà è che le antocianine del mirtillo nero sono utilissime per la retina, migliorano la visione notturna, ma soprattutto prevengono le retinopatie e la degenerazione maculare retinica. A questo proposito è utile associarlo alla Vit A (10.000 UI/die)

- il mirtillo nero, anche se pochi lo sanno è un antiepilettogeno. Alcuni studi infatti hanno dimostrato che i focolai che causano le crisi epilettiche sono stimolati dagli elettroni spaiati dei radicali liberi. Le antocianine sono le più efficaci per neutralizzarli (gli elettroni spaiati). Pertanto sono utili per prevenire le crisi epilettiche. A questo proposito è utile associare il mirtillo alla Vit D che stabilizza le mimbrane cellulari e le pompe ioniche delle cellule.

- altre proprietà minori che sono state attribuite al mirtillo nero o al suo succo, se preso a dosi abbastanza alte è quella di abbassare la pressione arteriosa e di rallentare il processo di invecchiamento (perchè neutralizza i radicali liberi).


Che ne dite?? E’ incredibile come certi studi siano rimasti nell’ombra anche se i risultati erano estremamente positivi. Inoltre faccio presente che c’è stata una regressione delle forme tumorali con una quantità molto modesta di mirtilli(5% del totale calorico), quando si sarebbero potute dare dosi molto più consistenti. Il succo di mirtillo infatti viene assorbito al 100% anche se ne bevete un litro, infatti anche se ne bevete un litro le feci non diventano viola come avviene invece se assumete una rapa rossa che contiene un pigmento rosso (che non è un antocianina) che non viene assorbito. Inolte il succo di mirtillo, per quanto ne beviate, non presenta nessun effetto collaterale, intendo dire che non c'è un limite di assunzione. Inoltre l’azione anti-angiogenetica, cioè anti tumorale è proporzionale alla quantità di succo che si assume, per cui se il succo coprisse il 30% del fabbisogno calorico è probabile che anche le forme tumorali più resistenti regredirebbero perché non sarebbero più in grado di formare una rete capillare. Mi risulta che dosi alte, nei pochi studi che sono stati fatti, non siano mai state usate, per cui non sappiamo quale potrebbe essere il valore del mirtillo ad alte dosi. Chiaramente non vengono fatte per i motivi che sappiamo.

Attenzione, vi ho detto che il succo di mirtillo non ha controindicazioni e non c'è limite all’assunzione. In realtà è ricco di acidi organici quali il citrato, il malato, l'ascorbato, che ad alte dosi compromettono l'assorbimento dell'acido folico (anche se non è mai stato osservato). Per cui se per brevi periodi di tempo non c'è nessuna controindicazione, per lunghi periodi potrebbe svilupparsi un anemia megaloblastica. Mentre le ANTOCIANINE hanno un azione ANTI-ANGIOGENETICA che si manifesta subito strozzando i capillari del tumore, a lungo andare (sopra i 10 giorni di assunzione)potreste sviluppare una carenza di folati (se ne bevete mezzo litro al giorno) . Ora dovete sapere che il tumore è strettamente dipendente dall'acido folico per la sintesi del DNA: avendo le sue cellule una replicazione estremamente veloce necessitano di acido folico per la sintesi di nuove strutture soprattutto capillari. Le cellule tumorali sono estremamente sensibili ad una carenza di folati dal momento che, senza folati, non riescono più a sintetizzare gli acidi nucleici, per cui anche una leggera carenza le manda in necrosi. Questo potrebbe essere un secondo meccanismo per il quale una buona dose di succo di mirtillo potrebbe funzionare. Ma un altro meccanismo ancora potrebbe essere inerente ad una duplice azione delle ANTOCIANINE e cioè l'azione anti-angiogenetica ed un inibizione del trasporto rapido dell'ossigeno. Quest'ultima azione è dovuta all'azione antiossidante delle ANTOCIANINE che è potentissima, addirittura 80 volte più potente di quella della Vit C. Questo significa che le antocianine ostacolano una cessione rapida dell'ossigeno, e mentre nelle cellule normali questa cessione normalmente è lenta, le cellule tumorali necessitano di una cessione di ossigeno molto più rapida, possiamo dire che il tumore è 10 volte più dipendente dall'ossigeno delle cellule normali proprio per la sua glicolisi anaerobica che non avviene per via mitocondriale (glicolisi aerobica). Per questo le masse tumorali che abbiano un diametro sopra i 6 centimetri al centro vanno regolarmente in necrosi pur avendo una rete capillare fittissima, proprio perchè al centro non arriva ossigeno a sufficienza. Ora dovete sapere che negli ultimi tempi la Chemioterapia si è data un bel da fare per sviluppare farmaci ad azione anti angiogenetica: http://www.benessere.com/salute/tumori/ ... igenti.htm
che come vedete sono i più promettenti per uccidere i tumori, però se leggete hanno anche diversi effetti collaterali a differenza delle ANTOCIANINE che saranno forse meno potenti, ma a che dose sono meno potenti??, visto che non hanno un limite di assunzione (a differenza dei farmaci) , però nessuno di questi farmaci, che mi risulti, ha anche azione ANTIOSSIDANTE paragonabile alle ANTOCIANINE. Ma c'è un quarto meccanismo che rende le antocianine antitumorali. Infatti se noi esprimiamo in sintesi la glicolisi anaerobica del tumore abbiamo questi passaggi:
GLUCOSIO----- ( ATP-ADP)--------->FRUTOSSIO-6-FOSFATO (ATP-ADP)-----FRUTTOSIO 1-6- BIFOSFATO------(2P+ 2 molecole di PIRUVATO------> (enzima ossidoreduttasi) ------------> 2 ATP + NAD+NADH+H2 NADH -COQ reduttasi ------>2 FOSFOPIRUVATO-----> (2 ADP + 2 ATP)------->PIRUVATO------> (enzima piruvato reduttasi) ----------) 2 ATP---- 2 ATP------> ENERGIA
Ora vedeteche perchè il PIRUVATO venga trasformato in ATP per la produzione di energia necessita l'enzima OSSIDOREDUTTASI. Questo è un enzima che catalizza il trasferimento di elettroni da una molecola (detta riducente, o donatrice di idrogeno o donatrice di elettroni) ad un'altra (detta ossidante, o accettore di idrogeno o di elettroni) cioè è estremamente sensibile agli antiossidanti ed anti radicali liberi. Infatti questi bloccano proprio il trasferimento di elettroni ed inattivano l'enzima OSSIDOREDUTTASI perchè bloccano il trasferimento di elettroni (anche la Vit C ha una certa azione in questo senso). Se noi andiamo ad ostacolare un solo punto della GLICOLISI ANAEROBICA praticamente blocchiamo il tumore nel suo sviluppo. Sicuramente questi meccanismi saranno stati presi in considerazione anche dalla CHEMIOTERAPIA con sviluppo di farmaci, ma con quali effetti collaterali?? Perlomeno siamo certi che le ANTOCIANINE del mirtillo non hanno effetti collaterali. Come già detto l'unico effetto che potrebbe svilupparsi a lungo termine sarebbe una riduzione dell'assorbimento di ACIDO FOLICO causato dagli acidi organici, anche se tale effetto non è stato ancora dimostrato ed osservato.
Quindi tutti gli antiossidanti sono antitumorali, e leggendo quanto sopra evidenziamo due meccanismi fondamentali:

Essi agiscono perché i Periciti Subendoteliali che sono fondamentali per lo sviluppo rapidissimo della rete vasale del tumore vengono attivati proprio dagli Ossidanti o Radicali Liberi o molecole che cedano facilmente un elettrone. Quindi inattivando i Radicali Liberi noi andiamo ad ostacolare la formazione della rete vasale del tumore (azione anti angiogenetica). I Periciti Subendoteliali se non vengono stimolati da elettroni spaiati danno invece un imput lento allo sviluppo della rete vasale, come avviene in tutti i tessuti. E' da ricordare che nel tumore i superossidi non serve che provengano dall'esterno, ma vengono continuamente prodotti dal tumore stesso per la mancanza della catena dell'ossigeno e per le anomalie enzimatiche.
Il secondo meccanismo è quello dell’inattivazione dell’enzima OSSIDOREDUTTASI enzima fondamentale perché si svolga la glicolisi anaerobica. Questa inattivazione avviene soprattutto per gli antiossidanti idrosolubili che per quelli liposolubili (vit E) perché questi penetrano poco la parete cellulare e servono soprattutto per l’integrità di membrana. Fra gli antiossidanti idrosolubili possiamo annoverare la Vit C, i FLAVONOIDI, gli ANTOCIANI e l’EGCG (Epigallo Catechin Gallato). Come già detto gli ANTOCIANI in particolare sono 80 volte più potenti della Vit C ed inoltre non c’è un limite di assunzione, mentre l’EGCG che è ugualmente potente e si trova in piccola dose nel Tè Verde è difficile reperirlo allo stato puro. Pertanto il succo di mirtillo diventa un rimedio importantissimo sia a titolo preventivo che curativo come ho riferito sopra. A questo associamoci pure la Vit. D e tutto il resto oltre ad un alimentazione adeguata. Chissà mai che tutti i tumori che restano latenti e che vengono rivelati solo all’autopsia (come descritto in “UNA PAGINA INCREDIBILE” che porrò ora:
UNA PAGINA INCREDIBILE

Claudio Sauro 2 Maggio 2016

Voglio riportarvi una pagina tratta dal libro “L’alimentazione Anticancro” di Richard Beliveau e di Denis Gingras, prefazione del Prof. Unberto Veronesi; ve la riporto perché la pagina ha dell’incredibile. E’ la pagina 45 del testo e si intitola “IL CANCRO UNA MALATTIA CRONICA” . Allora vediamo cosa dice, poi farò alcune considerazioni:

“”E’ importante rendersi conto che la formazione di tumori è un avvenimento aleatorio, relativamente frequente nella vita di un individuo. Alcuni studi di anatomia patologica hanno rivelato che un elevata percentuale di persone decedute per cause diverse dal cancro celavano, nascosti nei tessuti, dei microtumori che non erano stati scoperti clinicamente. In particolare il 98% degli individui presentavano piccole neoplasie a livello della tiroide, il 40% a livello della prostata (quindi quasi tutti gli uomini), ed il 33% a livello mammario (quindi più della metà delle donne) anche se tumori a livello di questi organi non sono diagnosticati che in una piccola percentuale di popolazione. Allo stesso modo, anche se gli asiatici hanno una percentuale di cancro della prostata molto inferiore agli occidentali, l’analisi di biopsie effettuate su popolazioni asiatiche e occidentali mostra che il numero di microtumori è esattamente lo stesso nelle due popolazioni, il che indica, che le abitudini di vita, tra cui l’alimentazione, sono determinanti per consentire a questi microtumori di raggiungere uno stadio clinico. Se i tumori che si formano nel nostro organismo rimangono di solito in forma molto piccola, ciò non toglie che possano crescere e raggiungere uno stadio di cancro mortale. Lo sviluppo di queste forme tumorali sarebbe determinato da una cattiva regolazione del nostro sistema di difesa naturale contro l’angiogenesi indotta dal cancro.in condizioni normali, le difese angiogenetiche riescono a contrastare efficacemente i tentativi delle neoplasie di rifornirsi di vasi sanguigni essenziali per la loro crescita e quindi i tumori rimangono allo stadio non diagnosticabile in vita. Per esempio le persone affette da trisomia 21 (sindrome di Down o mongolismo) non sviluppano praticamente mai dei tumori, e questa protezione sarebbe dovuta alla presenza di alti livelli di un particolare inibitore dell’angiogenesi, l’endostatina, prodotta dal cromosoma 21 addizzionale. Al contrario la insufficiente presenza di queste molecole antiangiogenetiche permette al tumore di stimolare la formazione dei vasi sanguigni necessari al suo sviluppo a stadio di tumore mortale. Quindi esistono inibitori dell’angiogenesi endogeni, strettamente legati strettamente al DNA, sia molecole antiangiogenetiche esogene strettamente legate all’alimentazione. E’ chiaro che quando i fattori antiangiogenetici esogeni sono insufficienti, bisogna sopperire con sostanze esogene che hanno la stessa funzione. Non potendo conoscere i fattori antiangiogenetici endogeni (le molecole sono ancora in studio, ed una buona indicazione dei fattori antiangiogenetici endogeni ci può essere dato dalla famigliarità per tumori). Pertanto siamo costantemente a rischio di sviluppare tumori e diventa indispensabile a titolo preventivo una sana alimentazione ricca di quei fattori che inibiscono l’angiogenesi. Si deve quindi considerare il cancro come una malattia cronica , che è possibile mantenere sotto controllo grazie agli alimenti ricchi di composti antitumorali””

Questa pagina, che ha dell’incredibile e si basa su dati inconfutabili, ci mostra che la maggior parte dei tumori sono bloccati all’inizio. Ma perché sono bloccati?? Perché esistono dei fattori sia esogeni che endogeni che bloccano l’angiogenesi, cioè impediscono al tumore di formare una rete capillare, e senza rete capillare il tumore si ferma o muore. Ma questa constatazione inconfutabile non ci dice quanti tumori, sia pur piccoli, si siano sviluppati, anche se di poco e siano poi regrediti o siano stati completamente eliminati dall’organismo: questo non potremmo saperlo mai, ma data la frequenza enorme di microtumori è presumibile che molti microtumori siano stati eliminati e siano scomparsi, quindi non rilevabili. Abbiamo visto che nella nascita del tumore sono indispensabili le proteine G di comunicazione e come queste siano sostenute dal colecalciferolo e dal retinolo. Una volta perse la cellula regredisce a livello di staminali, o è già addirittura una staminale. Una volta perse queste proteine la cellula non è più in grado di sostenere una glicolisi aerobica cioè mitocondriale ma deve adottare un altro tipo di respirazione, la glicolisi anaerobica che è 15 volte meno efficace nel utilizzare l’ossigeno della glicolisi aerobica. E’ una caratteristica, praticamente di tutti i tumori maligni avere questo tipo di glicolisi. Ma essendo estremamente meno efficace dell’aerobica necessita di molto più ossigeno, e quindi di una rete capillare molto maggiore. Non solo ma la glicolisi anaerobica è in grado di consumare solo glucosio, non riesce ad esempio a metabolizzare le proteine ed i grassi per alimentarsi. Proteine e grassi vengono utilizzati solo per la costruzione di vasi e di pareti cellulari.. Pertanto per prevenire il tumore sono indispensabili alcuni principi, vediamoli:

- L’apporto di quelle vitamine, A e D che favoriscono le proteine G cellulari

- Un alimentazione appropriata che non crei uno stato infiammatorio, perché questo ostacolerebbe le Vit A e D

- La presenza nel alimentazione di sostanze antiangiogenetiche, ed abbiamo numerose sostanze vegetali che agiscono in questo senso.

- Un altro punto importante sta nel ridurre l’apporto di glucosio, visto che il tumore si nutre solo di quello, ed in questo senso bisogna scegliere quegli alimenti che danno picchi insulinemici modesti, ed eliminare completamente gli zuccheri raffinati.

- Oltre all’alimentazione è importante l’apporto di tutte quelle piante medicinali, che si sono dimostrate, anche se con diversi meccanismi , di bloccare o di uccidere il tumore.

Claudio
Messaggi: 909
Iscritto il: 26/06/2014, 0:48

Re: L'ANGOLO DELLA SCIENZA

Messaggio da Claudio »

LE DUE VITAMINE FONDAMENTALI E CRONICAMENTE CARENTI: LA VITAMINA D ED IL DHA



Le due vitamine fondamentali e cronicamente carenti sono la Vit D ed il DHA(acido docosaesaenoico)

La Vit D dovrebbe essere fra 30-100 ng/ml e la media nella popolazione, almeno qui a Badia Calavena, è 13,1 ng/ml. Ho letto che nel sud Italia, dove c’è più sole il valore medio nella popolazione si aggira intorno ai 19 ng/ml. Il DHA invece, anche se non sono stati fatti dosaggi come per la Vit D credo che sia molto più carente visto che si trova quasi esclusivamente nel pesce e la trasformazione dall’acido alfa-linolenico (peraltro pure carente negli alimenti) è modestissima, intorno all 3-8 % del acido alfa-linolenico che si ingerisce. L’acido alfa-linolenico è presente solo in quantità cospicue nell’olio di Lino, ma è praticamente assente dall’Olio di Oliva. In altri oli di semi può essere più o meno rappresentato ma solo in quantità modesta. Ma vediamo intanto cosa fanno queste vitamine e da quello che fanno si può dedurre le patologie che si hanno se mancano o sono carenti:



la Vit D ha le seguenti azioni:

sull'osso, è indispensabile per la calcificazione dell'osso e per prevenire il rachitismo nel bambino.
un azione antiepilettica per un aumento o normalizzazione della respirazione neuronale. Infatti, uno dei principali meccanismi che si invocano per i focolai epilettogeni, è che questi siano poco irrorati ed ossigenati, ed esplichino pertanto una risposta anomala, eccessiva, di stimolo della risposta neuronale che si propaga rapidamente a tutto il SNC.
una spiccata azione preventiva del diabete sia di tipo I che di tipo II
E' alla base (insieme allo Zinco) del sistema immunitario con un meccanismo complesso.
aiuta a perdere peso, soprattutto addominale, in quanto stimola la LEPTINA, un particolare ormone che favorisce la mobilitazione del grasso corporeo (si è visto che questa azione sul grasso si esercita anche sul fegato, in quanto riduce la steatosi epatica
si è dimostrata eccezionale (ad alte dosi) anche per curare la Cirrosi Epatica, forse per i suoi processi antinfiammatori ed anti steatosici.
un azione protettiva dello stomaco per un aumento della mucina gastrica
un azione regolante la flora intestinale, in quanto se aumenta la mucina gastrica favorisce una flora probiotica intestinale. Questa azione diventa massima se si assumono nel contempo dei Sali di Magnesio, che favoriscono il proliferare del Bifidobacterium Bifidum, (il più importante battere della flora probiotica), ed il Magnesio distrugge i batteri dannosi Clostridium, Perfrigens e Coli.
un azione antinfiammatoria perchè regola i canali ionici e inibisce la produzione di catelcidine proinfiammatorie secrete soprattutto dal tessuto adiposo.
un azione sui recettori G di membrana e quindi permette la comunicazione cellulare (ed impedisce che le cellule degenerino in cellule neoplastiche)
un azione antitumorale diretta, perchè anti-angiogenetica (impedisce che si formi il circolo capillare del tumore)
un azione antibatterica, antivirale ed antifungina tramite le catelicidine
un azione attivante il ciclo di Krebs mitocondriale (cioè attivante la respirazione cellulare)
un azione sullo zolfo che la rende utile per la prevenzione dell'artrosi
un azione antidepressiva per un incrementazione della produzione di Acetilcolina e di Serotonina
un azione positiva nella Demenza di Alzheimer, probabilmente legata ad un incrementazione della respirazione neuronale
Un azione dimagrante, soprattutto sul grasso addominale, per la stimolazione di un ormone, la Leptina.

Ed ora vediamo cosa fa principalmente il DHA:

Azione antinfiammatoria che si oppone all’effetto proinfiammatorio dei derivati dell’acido arachidonico (un grasso omega 6). Tale azione è stata associata a effetti benefici contro patologie infiammatorie intestinali come la rettocolite ulcerosa e la malattia di Crohn e contro alcune patologie reumatologiche autoimmuni.
Indispensabile per regolare correttamente la risposta immunitaria e l’attività di alcuni fattori di crescita. Sembra in particolare che riesca a controllare la proliferazione delle cellule, azione potenzialmente utile contro i tumori.
E indispensabile per la salute del cuore e delle arterie. La loro azione sua azione è soprattutto antinfiammatoria ed ostacola il formarsi delle placche ateroma siche. Ma non solo: fra i suoi effetti benefici sono inclusi un’azione antitrombotica, un’azione antiaritmica e la capacità di controllare i livelli di trigliceridi e di colesterolo nel sangue.
In particolare, riducendo la tendenza delle piastrine ad aggregarsi potrebbe ridurre il rischio di trombi associati a gravi eventi cardiovascolari, come infarti e ictus. Inoltre la sua assunzione è stata associata a un aumento delle HDL (High Density Lipoproteins, il colesterolo “buono”) e a una riduzione dei trigliceridi sia dopo i pasti sia a digiuno.
Infine, il DHA è indispensabile per la salute della vista e del sistema nervoso. In particolare, il DHA è un componente fondamentale del cervello necessario per il suo sviluppo, e diversi studi hanno associato l’assunzione di questi grassi al miglioramento dei sintomi di alcune patologie neurologiche e psichiatriche.
Avere a disposizione una quantità adeguata DHA è fondamentale sin dalla gestazione. Infatti questa vitamina determina un corretto sviluppo dell’apparato cardiovascolare, del cervello e della retina. La salute di quest’ultima dipende dagli DHA anche durante il resto della vita; eventuali carenze possono portare a problemi della vista (retinopatie, distacchi di retina, cecità improvvisa), mentre un’assunzione adeguata può aiutare a prevenire la degenerazione maculare senile, una delle principali cause di cecità nella terza età. L’OLIO DI FEGATO DI MERLUZZO è ricco di DHA (acido grasso altamente insaturo): In particolare, l’EFSA riconosce al DHA:
la capacità di contribuire al buon funzionamento del cervello; e il suo normale sviluppo.

Se siete interessati ho trovato un interessante studio, un po lungo, ma che val la pena di porre; si tenga presente che quando parlo di Omega-3 intendo sempre il DHA perché è questo fra tutti gli acidi grassi Omega-3 che agisce. Infatti abbiamo: acido linoleico---che si trasforma per il 20% in àacido alfa-linolenico—che si trasforma per il 3-8 % inà EPA (acido eicosapentaenoico – che si trasforma per il 99% inà DHA (acido docosaesaenoico ) : e con il DHA siamo arrivati veramente alla vitamina che agisce e che ha tutte le funzioni che sono riportate sopra. In più vi pongo uno studio più completo ed interessantissimo che rileva soprattutto l’importanza che ha il DHA per il sistema nervoso.





STRESS OSSIDATIVO E DISTURBI DELL’UMORE


Lo stress ossidativo è dunque in grado di modificare le proprietà delle membrane cellulari, modificandone il contenuto in acidi grassi e colesterolo. In particolare, il cervello dei mammiferi adulti ha un alto contenuto di DHA, un acido grasso polinsaturo a lunga catena, particolarmente suscettibile al danno ossidativo, ed il deficit di questo PUFA nel corso dello sviluppo intrauterino è correlato a disturbi neurologici e della vista . Nella vita adulta il contenuto di DHA si riduce significativamente con l’invecchiamento e con l’esposizione ai radicali liberi dell’ossigeno.
Osservazioni epidemiologiche e dati clinici suggeriscono che una variazione nella composizione in PUFA delle membrane cellulari possa essere correlato anche con la Depressione Maggiore. Alcuni fattori ambientali possono essere coinvolti in tali fenomeni: in particolare, consumiamo con l’alimentazione una quantità maggiore di acidi grassi saturi, piuttosto che insaturi e l’equilibrio dei PUFA è spostato verso un maggior consumo di n-6, che hanno spesso un effetto opposto sulla fisiologia di membrana, piuttosto che n-3. Si pensa che tali cambiamenti nella dieta possano essere fattori sottostanti al notevole aumento della malattia coronarica. In questo contesto, vari studi hanno mostrato che la Depressione Maggiore sarebbe un forte predittore di malattia coronarica.
Studi recenti hanno focalizzato l’attenzione sulla deplezione di PUFA n-3 (particolarmente EPA e DHA) nelle membrane cellulari di pazienti depressi, rispetto a soggetti sani. Gli acidi grassi insaturi n-3 e DHA sono risultati significativamente ridotti nei pazienti depressi rispetto ai relativi controlli in numerosi studi. Adams et al. hanno studiato la composizione in acidi grassi polinsaturi delle membrane dei globuli rossi in 20 pazienti affetti da depressione maggiore unipolare, quasi tutti drug-free, valutando l’introito di lipidi con la dieta nei tre mesi precedenti mediante un apposito questionario. Il livello plasmatico di PUFA non era significativamente diverso da quello riscontrato in un gruppo di soggetti sani, ma vi erano correlazioni negative significative fra i livelli eritrocitari di EPA ed i punteggi di gravità dei sintomi depressivi della Hamilton Depression Rating Scale (HDRS), fra i livelli di DHA plasmatico ed i suddetti punteggi, correlazione positiva significativa fra il rapporto acido arachidonico/EPA negli eritrociti e nel plasma. Nei pazienti arruolati nello studio la perdita dell’appetito non era una caratteristica prominente, dunque gli autori propongono che lo squilibrio eritrocitario fra AA (ubiquitari negli alimenti) ed EPA (molto meno rappresentati nella maggior parte degli alimenti) non sia comunque dovuto al basso introito calorico.
Maes et al. hanno studiato il contenuto in omega-3 negli esteri colesterilici plasmatici in 36 pazienti affetti da depressione maggiore, 14 pazienti affetti da depressione minore e 24 controlli. I soggetti con depressione maggiore hanno mostrato un rapporto omega-6/omega-3 ed un contenuto totale di omega-3 negli esteri colesterilici e nei fosfolipidi significativamente più alto rispetto ai controlli ed ai pazienti con depressione minore.
Peet et al. hanno studiato il contenuto in omega-3 delle membrane eritrocitarie in 15 pazienti affetti da depressione maggiore unipolare, drug-free da almeno una settimana, e 15 controlli sani. Nei pazienti depressi il contenuto eritrocitario di n-3 totale e di DHA era significativamente ridotto, rispetto ai soggetti di controllo, con un aumento compensatorio di acidi grassi monoinsaturi. Non sono riportate analisi correttive che tengano conto di fattori confondenti come il fumo e la dieta, tuttavia nel campione di pazienti studiati non emergono correlazioni fra la perdita di peso ed i livelli di PUFA.
Edwards et al. hanno stabilito il contenuto di omega-3 nelle membrane eritrocitarie e l’introito con la dieta di PUFA in 10 soggetti affetti da depressione maggiore e 14 controlli appaiati per età e sesso. È emersa una significativa riduzione dei livelli eritrocitari di omega-3 che non era dovuta alla riduzione dell’apporto calorico globale. La gravità della depressione correlava negativamente con i livelli eritrocitari e con l’introito alimentare di omega-3. Il numero dei pazienti è limitato, ma è stata posta attenzione ad eliminare i possibili fattori di confondimento, così da rendere i risultati altamente significativi.
Ancora Maes et al. hanno indagato la composizione in acidi grassi saturi (SFA), acidi grassi monoinsaturi (MUFA) e PUFA in soggetti affetti da depressione maggiore e controlli sani, la relazione fra tali acidi grassi e la diminuita concentrazione sierica di zinco, un marker di risposta infiammatoria nella depressione e gli effetti del trattamento antidepressivo prolungato sugli acidi grassi. Gli Autori hanno trovato una deficienza di omega-3 ed un aumento compensatorio di MUFA e di omega-6 nei fosfolipidi dei pazienti depressi rispetto ai controlli, una correlazione positiva significativa fra lo zinco sierico ed il rapporto omega-6/omega-3 e nessuna variazione significativa negli acidi grassi dopo trattamento antidepressivo.
La composizione in acidi grassi delle membrane cellulari ne determina la fluidità. Le proprietà fisiche dei recettori e degli enzimi, come l’adenilato ciclasi e la fosfolipasi, sono influenzate dalla fluidità delle membrane cellulari e questi effetti hanno rilevanza nella Depressione, in quanto la risposta finale alla stimolazione neurotrasmettitoriale dipende dall’equilibrio di membrana. Infatti, in virtù della presenza di doppi legami nella loro molecola, gli acidi grassi omega-3 hanno una struttura ripiegata, occupano un maggior volume e rendono le membrane più fluide. Tale aspetto spiega in parte anche il razionale con cui questi composti avrebbero efficacia come antidepressivi e stabilizzanti dell’umore. Questo dato si collega inoltre con le teorie neurochimiche della patologia depressiva, che vedono coinvolti diversi sistemi neurotrasmettitoriali. Alcuni recenti studi hanno focalizzato l’attenzione sui possibili effetti della carenza di omega-3 sulla neurotrasmissione dopaminergica e serotoninergica e sulla conseguente alterata funzione di aree cerebrali coinvolte nella regolazione del comportamento e della vita emotiva.
Chalon et al. hanno ipotizzato che gli effetti dei PUFA sul comportamento possano essere dovuti ad effetti sulla neurotrasmissione dopaminergica mesocorticale e mesolimbica. Gli Autori hanno infatti rilevato, su ratti nutriti cronicamente con una dieta povera di acido alfa-linolenico (precursore degli omega-3), una drastica riduzione del pool dopaminergico stoccato nelle vescicole presinaptiche. Il sistema mesocorticale è apparso globalmente ipofunzionante (ridotto rilascio basale di dopamina, ridotti livelli di recettori D2 dopaminergici), mentre il sistema mesolimbico è apparso iperfunzionante. I meccanismi ipotizzati per gli effetti dei PUFA sulla neurotrasmissione sono modificazioni delle proprietà fisiche delle membrane neuronali, effetti sulle proteine di trasporto e recettori annessi alle membrane, ma anche effetti sull’espressione e/o trascrizione genica.
Anche Zimmer et al. hanno studiato gli effetti della carenza cronica di omega-3 sul sistema dopaminergico della corteccia frontale del ratto. Mediante analisi di micrografia elettronica hanno rilevato che la densità di vescicole sinaptiche è simile nei ratti carenti di PUFA e nei controlli. Tuttavia, l’esame condotto con anticorpi marcati ha rilevato una significativa riduzione del numero delle vescicole nei terminali presinaptici dopaminergici nei ratti con carenza di PUFA. In particolare, gli Autori hanno trovato una ridotta trasmissione dopaminergica nella corteccia frontale dei ratti carenti, per effetto sia sul metabolismo della dopamina, che su bersagli molecolari, come recettori e trasportatori, mentre è aumentata l’attività dopaminergica nel nucleo accumbens, che appartiene al sistema dopaminergico mesolimbico, rivestendo un ruolo importante nelle funzioni cognitive e affettive. È possibile che la diminuzione dei livelli totali e dello stoccaggio di dopamina nella corteccia frontale «allenti» l’inibizione sul nucleo accumbens, così da spiegare l’aumentato rilascio di dopamina in questa formazione.
Anche la trasmissione serotoninergica è influenzata dalla carenza di PUFA. Hibbeln et al. hanno dosato l’acido omovanillico e l’acido 5-idrossi-indol-acetico nel liquor, il colesterolo plasmatico totale e la concentrazione plasmatica di PUFA, in 49 volontari sani, 88 alcolisti con insorgenza precoce e 39 alcolisti di recente insorgenza. In ciascuno di questi gruppi, i livelli di acidi grassi polinsaturi correlavano sia con l’acido omovanillico che con l’acido 5-idrossi-indol-acetico ed i gruppi di pazienti differivano significativamente dai controlli.
Nuove ricerche potrebbero evidenziare che lo sbilanciamento coinvolge le funzioni recettoriali e dei secondi messaggeri intracellulari.
L’efficacia degli agenti antiossidanti nelle patologie psichiatriche
Le alterazioni patologiche dovute all’azione dei radicali liberi dell’ossigeno possono essere migliorate attraverso due meccanismi: 1) l’inattivazione degli ossiradicali per mezzo di antiossidanti introdotti con la dieta (e.g. vitamine E e C, ubichinoni e ß-carotene); 2) la sostituzione degli acidi grassi essenziali polinsaturi persi dalle membrane con la integrazione dietetica di EFA. Un controllo migliore dello stress ossidativo potrebbe contribuire ad evitare un decorso deteriorante o uno stato clinico refrattario della malattia psichiatrica. È ben documentato che la dieta tipica americana è gravemente deficitaria di composti antiossidanti; inoltre una dieta altamente calorica ed un elevato consumo di carni rosse incrementerebbero il tasso ossidativo e di conseguenza lo stress ossidativo. Anche un elevato consumo di sigarette ed un’eccessiva assunzione di bevande alcoliche, che allo stesso modo sono implicate nell’aumentare il tono ossidativo, sono comuni nei pazienti affetti da schizofrenia e disturbi dell’umore .
La vitamina E da sola è stata utilizzata nel trattamento della DT, con alcuni risultati confortanti, quando somministrata per un lungo periodo di tempo (almeno 6 mesi) al fine di poter aumentare i suoi livelli nel cervello e reintegrare i PUFA delle membrane neuronali. Peet et al. hanno trovato risposte clinicamente significative con 1200/UI di vitamina E al giorno, con un effetto terapeutico mantenuto per i successivi 7-13 mesi dall’interruzione del trattamento. Un totale di 15 studi sono stati condotti utilizzando vitamina E (800-1600 UI/die) in pazienti schizofrenici con DT (111). In un lavoro il trattamento con vitamina E ha determinato il controllo di alcuni sintomi di DT ed il miglioramento psicopatologico: Adler et al. hanno verificato attraverso l’utilizzo della AIMS una differenza significativa nei punteggi finali medi in favore del gruppo trattato con vitamina E rispetto al placebo dalla decima settimana di trattamento e per le 26 settimane successive, dimostrando chiaramente che dosi giornaliere di 800-1600 UI sono efficaci se somministrate a pazienti giovani adulti entro 5 anni dall’insorgenza della DT. Un trattamento antiossidante aggiuntivo dovrebbe comprendere l’utilizzo combinato di un agente idrofobico quale la vitamina E, per proteggere le membrane, e di un agente idrofilico come la vitamina C (1000 mg/die) al fine di ottenere una protezione intracellulare. Inoltre considerata la diminuita capacità di riparazione da parte del DNA in pazienti schizofrenici, si otterrebbe una normalizzazione di tale capacità dopo trattamento con vitamina C ed E.
Il beneficio degli antiossidanti può essere ottimizzato attraverso l’uso aggiuntivo di EFA. Gli EFA utilizzati nel trattamento della DT si sono dimostrati di limitato valore . Comunque se i ridotti livelli di EFA nelle membrane sono di qualche significato eziologico, ogni procedura designata a correggere tale anormalità dovrebbe essere di beneficio terapeutico. Così Christensen e Christensen hanno investigato la correlazione tra la prognosi della schizofrenia della WHO e le caratteristiche dietetiche nazionali relativamente al consumo di grassi. Essi hanno trovato che i paesi con migliori risultati clinici della schizofrenia erano quelli nei quali la dieta nazionale presentava una più alta razione di grasso di pesce e di tipo vegetale. In un altro studio che includeva un’analisi dietetica giornaliera per un gruppo di 20 pazienti schizofrenici ospedalizzati è stato osservato che c’era una relazione significativa tra il consumo di acidi grassi n-3 e la gravità della sintomatologia schizofrenica o della DT. Essenzialmente i pazienti che consumavano usualmente maggiori quantità di acidi grassi del tipo n-3 presentavano sintomi meno gravi; inoltre tale trattamento era associato con un aumento significativo nella quantità di acidi grassi n-3 nelle membrane dei globuli rossi ed una significativa diminuzione della quantità degli acidi grassi n-6. Il miglioramento dei sintomi schizofrenici era significativamente associato con l’incremento di acidi grassi n-3 globulare, nel senso che i pazienti con il maggiore aumento di tali acidi grassi presentavano il più elevato miglioramento clinico, mentre il miglioramento della DT era relazionato ai cambiamenti nel contenuto di acidi grassi n-6, nel senso di una maggiore diminuzione dei movimenti discinetici corrispondente alla più alta diminuzione degli acidi grassi n-6.
Il trattamento con EPA o EPA e DHA in studi clinici condotti in doppio cieco e confrontati con placebo è risultato più efficace del trattamento con omega6-EPUFA nel ridurre i punteggi della Positive And Negative Schizophrenic Symptoms (PANSS) e SAPS/SANS in pazienti schizofrenici cronici trattati con neurolettici. Questi trattamenti supplementari incrementavano i livelli di EPUFA nelle membrane dei globuli rossi e determinavano un miglioramento psicopatologico, particolarmente dei sintomi negativi; risultato importante se si considerano gli studi precedenti che hanno evidenziato livelli di DHA più bassi nei pazienti con prevalente sintomatologia negativa. Trials clinici condotti su pazienti drug-free con recente esordio psicotico hanno mostrato che il trattamento con 2 g di EPA comparato con 1 e 4 g/die per 12 settimane era più efficace nel migliorare i risultati alla PANSS, con un 40% di pazienti che non necessitavano di farmaci al termine dello studio. Un lavoro più recente in aperto condotto da Peet et al. sull’efficacia degli acidi grassi n-3 nel trattamento della schizofrenia ha condotto a due studi pilota in doppio cieco. Il primo condotto su 45 pazienti mantenuti a dosi stabili di neurolettici e trattati con EPA (2 g) o DHA (2 g) o placebo per 3 mesi ha evidenziato un miglioramento statisticamente significativo dei punteggi della PANSS totale e della sottoscala per i sintomi positivi per il gruppo trattato con EPA. Il secondo che prevedeva il trattamento con EPA (2 g) o placebo per tre mesi senza nessuna terapia neurolettica in atto in un gruppo di 26 pazienti ha mostrato pure la riduzione dei sintomi psicotici positivi e negativi nel gruppo trattato con EPA, con 8 dei 14 soggetti sottoposti a trattamento attivo e tutti i componenti del gruppo trattato con placebo che a fine studio hanno richiesto l’introduzione di farmaci antipsicotici.
Se gli agenti antiossidanti possono concorrere a bloccare il danno mediato dai radicali liberi, il trattamento con EPUFA potrebbe restaurare la struttura cellulare, per cui l’utilizzo di una terapia combinata composta di antiossidanti ed EFA, insieme ai consigli accurati sui fattori dietetici e sullo stile di vita capaci di ridurre il tono ossidativo e fornire una più bilanciata composizione di acidi grassi essenziali, potrebbe influenzare la prognosi della schizofrenia.
Le nuove frontiere delle ricerca dovranno prendere in considerazione l’aggiunta di omega-3 e di altre sostanze anti-ossidanti nella dieta anche per il trattamento dei disturbi dell’umore. È stato ipotizzato che gli acidi grassi omega-3 abbiano proprietà stabilizzanti dell’umore con un meccanismo simile a quello del litio e dell’acido valproico modificando le vie di trasduzione del segnale neuronale. Nella loro azione sui disturbi bipolari, gli omega-3 somigliano molto alla lamotrigina, cioè sembrano avere proprietà stabilizzanti ed antidepressive. I meccanismi d’azione possono essere vari, ma non è tuttora chiaro se si tratti di un effetto farmacologico specifico o di un compenso di deficit alimentari. Il razionale per il loro utilizzo come stabilizzanti prende spunto dal modello della soppressione dei meccanismi di trasduzione del segnale neuronale. Studi biochimici hanno rivelato che una somministrazione orale di alte dosi di omega-3 porta alla loro incorporazione nelle membrane. Gli omega-3 occupano più spazio rispetto agli acidi grassi con minor numero di doppi legami e questo ingombro sterico può produrre alterazioni strutturali di macromolecole adiacenti. Un altro meccanismo proposto è quello di calcio-antagonista, mediante blocco dei canali L per il calcio. Studi su questo effetto ci derivano dalla letteratura cardiologica. Estrapolando i dati sul meccanismo cardiaco al SNC, si può supporre un’aumentata attività della fosfolipasi nel cervello durante le fasi maniacali, con aumentato rilascio di acidi grassi come secondi messaggeri, che innesca una cascata di eventi culminante con la liberazione di calcio dai depositi cellulari e la conseguente attivazione di proteine chinasi, che attivano a loro volta vari enzimi, fra i quali quelli deputati alla trascrizione genica. Il blocco da parte degli omega-3 dei canali del calcio potrebbe ridurre un processo di trasduzione del segnale iperattivato (antikindling?). Studi in vitro hanno dimostrato che sia DHA che EPA inibiscono l’attività della proteina chinasi C fosfotransferasi (bersaglio del litio e dell’acido valproico). L’aumento della concentrazione di omega-3 nelle membrane sembra sopprimere le vie di trasduzione del segnale associate alla produzione di inositolo-3-fosfato, che è il secondo messaggero associato a numerosi sistemi neurotrasmettitoriali, come quello serotoninergico (recettore 5HT2). Infine gli omega-3 inibiscono la produzione di citochine pro-infiammatorie. L’assunzione concomitante di vitamine antiossidanti (vitamine C ed E) ottimizzerebbe l’effetto degli omega-3, prevenendone l’ossidazione. Uno studio clinico di 4 mesi in doppio cieco ha paragonato in 30 pazienti con disturbo bipolare l’efficacia degli omega-3 nei confronti di un placebo (olio di oliva) in aggiunta alle terapie usuali. Il gruppo di pazienti trattato con omega-3 ha avuto un periodo di remissione significativamente più lungo rispetto al gruppo placebo . La terapia integrata è stata studiata, in via preliminare, anche per i disturbi dell’umore unipolari, in pazienti che presentavano ricadute depressive nonostante il trattamento antidepressivo di mantenimento. Uno studio in doppio cieco con l’aggiunta di omega-3 o placebo al trattamento convenzionale ha mostrato risultati significativamente superiori nel gruppo trattato con omega-3 in sole tre settimane.
Anche la melatonina sembra avere attività di scavenger nei confronti dei radicali idrossilici oltre alle note proprietà di regolazione della funzione gonadica e dei ritmi biologici. Questo dato suggerisce che la melatonina potrebbe interferire con i processi neurodegenerativi che coinvolgono la formazione di radicali liberi e il rilascio di amminoacidi eccitatori .
Conclusioni
I dati empirici sul rapporto fra processi ossidativi e anomalie di membrana così come i tentativi di trattamento con acidi grassi e agenti antiossidanti nei disturbi psichiatrici derivano da una serie di studi condotti nel corso delle ultime due decadi. Alterazioni della composizione di membrana e dell’attività degli enzimi antiossidanti in alcuni disturbi mentali sono stati evidenziati in vari studi, anche se è opportuno tenere in considerazione la serie di problemi metodologici legati ad un eccesso di variabili (ad esempio il fumo, lo stress, il consumo di alcool, il tipo di dieta, ecc.), che possono correlarsi con il danno ossidativo e, più in generale, con l’equilibrio di membrana. Le anomalie nel metabolismo degli acidi grassi non sono specifiche della schizofrenia e dei disturbi dell’umore (più estesamente studiati), ma sono stati riportati anche per l’alcolismo, disturbi del movimento, retinite pigmentosa, malattie degenerative del sistema nervoso centrale.
Dal momento che AA e DHA sono costituenti importanti nello sviluppo e nella funzione del cervello, per il loro ruolo primario nei meccanismi di trasduzione del segnale a livello della membrana, alterazioni di tali EPUFA potrebbero spiegare il vasto spettro di anomalie strutturali e comportamentali, correlate alle alterate funzioni multitrasmettitoriali e alla complessa psicopatologia. La deplezione degli EPUFA di membrana, mediata da meccanismi di perossidazione, potrebbe essere prevenuta con l’impiego di antiossidanti (ad es. vitamina E e C), mentre i livelli degli EPUFA di membrana potrebbero essere ripristinati attraverso una opportuna integrazione dietetica.
Studi preliminari sul trattamento integrato a base di farmaci convenzionali e vitamina E, EPA e DHA, attuato in fase precoce nel decorso del disturbo, indicano la possibilità di prevenire il danno ossidativo di membrana e ristrutturare la sua funzionalità, migliorando l’outcome dei disturbi psicotici e dell’umore.



Questo studio è estremamente interessante, purtroppo misconosciuto dalla maggior parte della classe medica che continua a far uso di neurolettici nelle patologie psichiatriche e si dimentica completamente degli Omega-3 DHA

Claudio
Messaggi: 909
Iscritto il: 26/06/2014, 0:48

Re: L'ANGOLO DELLA SCIENZA

Messaggio da Claudio »

https://www.jpost.com/HEALTH-SCIENCE/A- ... one-578939
Che tradotto significa:
Una cura per il cancro? Gli scienziati israeliani potrebbero averne trovato uno
Una piccola squadra di scienziati israeliani pensa che potrebbe aver trovato la prima cura completa per il cancro.

"Riteniamo che offriremo tra un anno una cura completa per il cancro", ha dichiarato Dan Aridor, di un nuovo trattamento sviluppato dalla sua società, Accelerated Evolution Biotechnologies Ltd. (AEBi), fondata nel 2000 nell'incubatore ITEK. AEBi ha sviluppato la piattaforma SoAP, che fornisce collegamenti funzionali a obiettivi molto difficili.
"La nostra cura del cancro sarà efficace sin dal primo giorno, durerà una durata di alcune settimane e avrà effetti collaterali minimi o nulli a un costo molto inferiore rispetto alla maggior parte degli altri trattamenti sul mercato", ha detto Aridor. "La nostra soluzione sarà sia generica che personale."
Sembra fantastico, soprattutto considerando che si stima che 18,1 milioni di nuovi casi di cancro vengano diagnosticati ogni anno in tutto il mondo, secondo quanto riporta l'Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro. Inoltre, ogni sesta morte nel mondo è dovuta al cancro, rendendola la seconda causa di morte (seconda solo alle malattie cardiovascolari).

Aridor, presidente del consiglio di amministrazione di AEBi e CEO Dr. Ilan Morad, afferma che il loro trattamento, che chiamano MuTaTo (tossina multiobiettivo) è essenzialmente sulla scala di un antibiotico del cancro - una tecnologia di interruzione di prim'ordine.

Il farmaco anticancro potenzialmente rivoluzionario è basato sulla tecnologia SoAP, che appartiene al gruppo di tecnologie di visualizzazione dei fagi. Implica l'introduzione della codifica del DNA per una proteina, come un anticorpo, in un batteriofago - un virus che infetta i batteri. Tale proteina viene quindi visualizzata sulla superficie del fago. I ricercatori possono usare questi fagi di visualizzazione delle proteine per schermare le interazioni con altre proteine, sequenze di DNA e piccole molecole.
Nel 2018, un team di scienziati ha vinto il premio Nobel per il suo lavoro sulla visualizzazione dei fagi nella diretta evoluzione di nuove proteine, in particolare per la produzione di terapie anticorpali.

AEBi sta facendo qualcosa di simile ma con peptidi, composti di due o più aminoacidi legati in una catena. Secondo Morad, i peptidi hanno diversi vantaggi rispetto agli anticorpi, incluso il fatto che sono più piccoli, più economici e più facili da produrre e regolare.

Quando la società iniziò, Morad disse: "Stavamo facendo quello che stavano facendo tutti gli altri, cercando di scoprire singoli peptidi romanzo per cancri specifici." Ma poco dopo Morad e il suo collega, il dottor Hanan Itzhaki, decisero che volevano fare qualcosa più grande.

Per iniziare, Morad ha detto che dovevano identificare perché altri farmaci e trattamenti anti-cancro non funzionano o alla fine falliscono. Quindi, hanno trovato un modo per contrastare quell'effetto.

Per cominciare, la maggior parte dei farmaci antitumorali attaccano un bersaglio specifico sulla o nella cellula cancerosa, ha spiegato. Inibire l'obiettivo di solito colpisce un percorso fisiologico che promuove il cancro. Le mutazioni negli obiettivi - o a valle nei loro percorsi fisiologici - potrebbero rendere gli obiettivi non rilevanti per la natura cancerosa della cellula, e quindi il farmaco che lo attacca è reso inefficace.

Al contrario, MuTaTo sta usando una combinazione di diversi peptidi mirati al cancro per ciascuna cellula tumorale allo stesso tempo, combinata con una potente tossina peptidica che ucciderebbe specificamente le cellule tumorali. Usando almeno tre peptidi di targeting sulla stessa struttura con una forte tossina, Morad ha detto: "ci siamo assicurati che il trattamento non fosse influenzato da mutazioni; le cellule tumorali possono mutare in modo tale da far cadere i recettori mirati dal cancro ".

"La probabilità di avere più mutazioni che modificherebbe tutti i recettori mirati diminuisce contemporaneamente drammaticamente con il numero di bersagli utilizzati", ha continuato Morad. "Invece di attaccare i recettori uno alla volta, attacchiamo i recettori tre alla volta - nemmeno il cancro può mutare tre recettori allo stesso tempo".

Inoltre, molte cellule tumorali attivano meccanismi di disintossicazione quando si trovano sotto stress da farmaci. Le cellule pompano fuori i farmaci o li modificano per essere non funzionali. Ma Morad ha detto che la disintossicazione richiede tempo. Quando la tossina è forte, ha un'alta probabilità di uccidere la cellula tumorale prima che si verifichi la disintossicazione, che è ciò su cui sta operando.
Molti trattamenti antitumorali citotossici mirano a cellule a crescita rapida. Ma le cellule staminali del cancro non sono in rapida crescita e possono sfuggire a questi trattamenti. Poi, quando il trattamento è finito, possono generare nuovamente il cancro.
"Se non annulla completamente il cancro, le cellule rimanenti possono ricominciare a mutare, e poi il cancro ritorna, ma questa volta è resistente ai farmaci", ha detto Morad.

Ha spiegato che poiché le cellule tumorali nascono da mutazioni che si verificano nelle cellule staminali tumorali, la maggior parte delle proteine sovraespresse che sono mirate alla cellula cancerosa esistono nelle cellule staminali tumorali. L'attacco a bersaglio multiplo di MuTaTo assicura che anche questi vengano distrutti.

Infine, alcuni tumori del cancro erigono scudi che creano problemi di accesso a grandi molecole, come gli anticorpi. MuTaTo si comporta come un polipo o un pezzo di spaghetti e può intrufolarsi in posti dove altre grandi molecole non possono raggiungere. Morad ha detto che le parti peptidiche di MuTaTo sono molto piccole (12 aminoacidi di lunghezza) e mancano di una struttura rigida.

"Questo dovrebbe rendere l'intera molecola non immunogenica nella maggior parte dei casi e consentirebbe una somministrazione ripetuta del farmaco", ha detto.

Morad ha detto che la loro scoperta potrebbe anche ridurre gli effetti collaterali della maggior parte dei trattamenti contro il cancro, che derivano da trattamenti farmacologici che interagiscono con obiettivi errati o aggiuntivi, o gli obiettivi corretti ma su cellule non cancerose. Ha detto che MuTaTo che ha una combinazione di diversi peptidi altamente specifici per il targeting del cancro su uno scaffold per ogni tipo di cellula cancerosa aumenterebbe la specificità della cellula cancerosa a causa dell'effetto avidità. Inoltre, nella maggior parte dei casi, le cellule non tumorali che hanno una proteina in comune con le cellule tumorali non la sovraesprimono.

"Questo fa una grande differenza tra i due tipi di cellule e dovrebbe ridurre drasticamente gli effetti collaterali", ha detto Morad.

Ha equiparato il concetto di MuTaTo al triplo cocktail di droga che ha contribuito a trasformare l'AIDS da una condanna a morte automatica a una malattia cronica, ma spesso gestibile.

Oggi, i pazienti affetti da AIDS prendono inibitori della proteasi in combinazione con altri due farmaci chiamati inibitori della trascrittasi inversa. La combinazione di farmaci sconvolge l'HIV in diverse fasi della sua replicazione, trattiene un enzima cruciale in una fase iniziale della duplicazione dell'HIV e trattiene un altro enzima che funziona vicino alla fine del processo di replicazione dell'HIV.

"Ai pazienti affetti da AIDS usavamo diversi farmaci, ma li somministravamo uno alla volta", ha spiegato Morad. "Durante il corso del trattamento, il virus è mutato e l'AIDS ha iniziato ad attaccare di nuovo. Solo quando i pazienti hanno iniziato a usare un cocktail, erano in grado di fermare la malattia ".

Ora, ha detto, le persone con AIDS sono portatrici di HIV, ma non sono più ammalate.

Il trattamento del cancro MuTaTo sarà infine personalizzato. Ogni paziente fornirà un pezzo della sua biopsia al laboratorio, che poi lo analizzerà per sapere quali recettori sono sovraespressi. L'individuo sarebbe quindi stato somministrato esattamente il cocktail di molecole necessario per curare la sua malattia.
Tuttavia, a differenza del caso dell'AIDS, dove i pazienti devono assumere il cocktail per tutta la vita, nel caso di MuTaTo, le cellule verrebbero uccise e il paziente potrebbe interrompere il trattamento dopo solo poche settimane.

L'azienda sta ora scrivendo brevetti su specifici peptidi, che saranno una grande banca di peptidi tossici di destinazione interamente posseduti e difficili da rompere, ha detto Aridor.
Morad ha detto che finora l'azienda ha concluso il suo primo esperimento di topi esplorativi, che ha inibito la crescita delle cellule tumorali umane e non ha avuto alcun effetto su cellule di topi sani, oltre a diversi studi in-vitro. L'AEBi è in procinto di iniziare una serie di studi clinici che potrebbero essere completati entro pochi anni e renderebbero disponibile il trattamento in casi specifici.

Aridor ha aggiunto: "I nostri risultati sono coerenti e ripetibili".

Il mio commento:

Bellissima questa idea di utilizzare i FAGI per iniettare nel tumore due o tre peptidi tossici che agiscono sul tumore con diversi meccanismi. In effetti quello di attaccare il tumore con diversi meccanismi è quello che ho sempre sostenuto pure io perchè si riduce enormemente la possibilità che il tumore sviluppi resistenza. Inoltre i FAGI finora sono stati usati per attaccare i batteri patogeni, invece qui si usano per attaccare le cellule tumorali. Questo dimostra come le cellule tumorali possano essere riconosciute come diverse dalle cellule sane, esattamente come si fa con i batteri. Inoltre si sono sviluppati FAGI estremamente specifici che possono agire su quel determinato tipo di batteri o su altri tipi, e penso che la stessa cosa si possa fare per le cellule tumorali. Per chi non sapesse cosa sono i FAGI dovrò riproporre l'articolo che avevo posto in precedenza, non mi ricordo più a quale pagina. Quello che non capisco è come questo studio possa fare distinzione fra cellele staminali del tumore, che avrebbero una crescita lenta e cellule non staminali. Da quello che so tutte le cellule tumorali sono simil-staminali. Poi nell'ambito dello stesso tumore possiamo trovare cellule più differenziate e cellule più indifferenziate, cioè più simil staminali e meno simil staminali, la resistenza eventualmente la sviluppano quelle cellule che riescono a sviluppare catene enzimatiche in grado di neutralizzare il tossico o il farmaco. Per questo bisogna agire con diversi meccanismi, abbiamo citato l'azione anti-angiogenesi, l'azione che ostacola la glicolisi anaerobica, l'azione su vari tipi di ribosomi, l'azione sulla trascriptasi inversa. E' chiaro che quando il tumore si trova di fronte cinque o sei meccanismi diversi che lo attaccano non è più in grado di sviluppare nessuna resistenza. Comunque penso che questo l'oncologia l'abbia già capito da un pezzo, ma finora i tumori non si sono ancora debellati, per questo non mi faccio troppe illusioni. Comunque adesso dovrò andarmi a cercare il Post sui FAGI.

Claudio
Messaggi: 909
Iscritto il: 26/06/2014, 0:48

Re: L'ANGOLO DELLA SCIENZA

Messaggio da Claudio »

I MICRORGANISMI CHE SALVERANNO IL MONDO
Immaginebatterrio T4 by Claudio Sauro, su Flickr
DA BAMBINO, nei primi anni Settanta, Alexander Sulakvelidze sognava già di diventare una stella nel firmamento della scienza sovietica. Affascinato dall'esistenza nelle sue manifestazioni più microscopiche, si è laureato in Microbiologia alla Tbilisi State Medical University, nella sua città natale, la capitale della Georgia. A ventisette anni, era già vicedirettore dell'equivalente sovietico dei Centers for Disease Control americani e collaborava con l'Eliava Institute, ente locale di ricerca sulle malattie infettive. Era insomma al culmine della sua brillante carriera. Nel 1989, però, con la caduta del muro di Berlino, andò in pezzi anche la formidabile infrastruttura scientifica dell'Unione sovietica. E all'inizio degli anni Novanta la situazione lavorativa di Sulakvelidze era ferma a una fase di pesante ristagno. Novello Ginsberg georgiano, si ritrovava ad assistere tristemente al declino intellettuale delle migliori menti della sua generazione. «Non c'era più niente da fare», ricorda oggi. «Abili scienziati erano costretti a fare tutt'altro lavoro, o a passare le proprie giornate a giocare a carte e a scacchi».

Ma lui era deciso a non arrendersi, ed emigrò in America. Nel 1993 lasciò Tbilisi per Baltimora, alla volta di un dottorato di ricerca della National Academy of Sciences presso il Dipartimento di medicina della University of Maryland, dove avrebbe collaborato con Glenn Morris, uno dei più autorevoli epidemiologi del mondo. Al suo arrivo, trovò il team in piena crisi. L'enterococcus, un batterio comune generalmente presente nello stomaco e nell'intestino umani, aveva cominciato a mostrare una certa resistenza al vancomycin, un antibiotico di recente progettazione. Tra il 1992 e il 1994 aveva infettato settantacinque persone, uccidendone sei. E un'indagine condotta nell'autunno del 1993 su un campione casuale di pazienti, aveva riscontrato la presenza del batterio nel sangue del venti per cento di essi. La gente moriva, e sembrava non ci si potesse fare niente.

Il microbiologo georgiano arrivava a proposito. Nella sua terra d'origine, le infezioni venivano trattate, oltre che con gli antibiotici, con dei virus in grado di attaccare e distruggere i batteri. Così un giorno, mentre Morris si lamentava di non riuscire a fermare l'epidemia, Sulakvelidze gli chiese candidamente: «Perché non provate con i batteriofagi?». Quella domanda era il segnale d'inizio di una nuova era nell'annosa battaglia tra uomo e microbi: un'era in cui gli scienziati avrebbero cominciato a sfruttare a proprio vantaggio l'evoluzione, invece di combatterla. L'origine dell'improvvisa ondata di contagi nel Maryland non è più un mistero: l'uso a tappeto degli antibiotici, sia negli umani che negli animali, riduce il rischio di infezione a breve termine, ma allo stesso tempo spinge i batteri ad adattarsi a un ritmo impressionante. I germi che sopravvivono danno vita a nuove generazioni di supermicrobi, invulnerabili anche ai farmaci più potenti. In un infinito braccio di ferro, gli scienziati sono riusciti a scoprire antibiotici sempre più forti, ma i batteri sembrano avere la meglio in questa lotta incessante.

Un asso nella manica che sembrava dimenticato

A gennaio del 2002, sette persone sono morte in un ospedale di Tokyo per un'infezione causata da un ceppo di Serratia (un microbo intestinale) resistente ai farmaci. A marzo dello stesso anno, l'intero reparto di chirurgia vascolare del Royal Infirmary di Edinburgo è stato messo sotto sequestro dopo la morte di tredici pazienti contagiati da Staphylococcus aureus (responsabile della maggior parte delle infezioni negli ospedali) a prova di meticillina. Il mese dopo, a Detroit, una quarantenne diabetica è stata infettata da un'altra variante di S. Aureus resistente alla vancomicina. Ogni anno 40 mila persone muoiono per infezioni del genere che, nei migliori dei casi, costano comunque ai servizi sanitari nazionali (secondo una stima della National Foundation for Infectious Diseases americana) quattro miliardi di dollari in terapie aggiuntive. Le prospettive sono allarmanti. Sempre più esperti prevedono un futuro in cui patologie ormai debellate, come la tubercolosi e la pleurite, riemergeranno con violenza e i sistemi immunitari più deboli soccomberanno all'attacco di infezioni un tempo innocue. «L'uomo non può vincere contro i batteri», spiega Sulakvelidze. «Ogni volta che tenterà di debellarli loro ritorneranno, più forti di prima».

Se il problema è l'adattamento, però, anche la soluzione può venire da lì. Sulakvelidze, Morris e altri si sono quindi concentrati sui batteriofagi, virus evoluti in grado di distruggere i microbi. Secondo tale approccio, è la natura a sostituirsi al laboratorio, senza le ingenti spese e gli inevitabili - e numerosi - fallimenti della ricerca farmaceutica. Al contrario degli antibiotici, i "fagi" sono vari e numerosi come i loro nemici e il loro percorso evolutivo ha seguito, tappa per tappa, quello degli avversari. Il difficile - hanno scoperto Sulakvelidze e Morris - non è sfruttarli a scopo terapeutico, quanto piuttosto trasformare un vecchio rimedio russo in una strategia scientifica del Ventunesimo secolo.

La scoperta dei "fagi" è oggetto di numerose dispute accademiche. L'unica cosa certa è che nel 1917 un eccentrico scienziato franco-canadese di nome Félix d'Hérelle riusci a isolarli e li chiamò, appunto, batteriofagi ("divoratori di batteri"). Negli stessi anni, senza sapere nulla del lavoro di d'Hérelle, anche George Eliava aveva scoperto questi microrganismi, raccogliendo dei campioni del fiume Mtkvari, che attraversa Tbilisi. Eliava, responsabile del Centro di batteriologia della città, aveva lasciato un vetrino con l'acqua del fiume - contenente dei batteri di colera - sotto il microscopio per tre giorni. Al suo ritorno, i germi non c'erano più. Lo scienziato, dunque, ipotizzò che qualcosa li avesse distrutti e si dette da fare anche lui per isolare i microrganismi killer. Per puro caso, in seguito, i due si ritrovarono a lavorare iniseme, prima al Pasteur Institute di Parigi e poi all'Istituto di microbiologia fondato a Tbilisi nel 1923 e in seguito dedicato proprio alla memoria di Eliava.

Come monaci medievali

Fu allora che una minuscola cerchia di scienziati ideò la nuova terapia, mettendo insieme scrupolosamente il primo (e unico) catalogo mondiale dei "fagi", raggruppandoli in cocktail per curare varie patologie di origine batterica, dal mal di stomaco alla polmonite. I batteriofagi divennero prassi comune nella farmacologia sovietica, ed ebbero anche il loro momento di notorietà in America, con la proposta da parte di Eli Lilly, negli anni Trenta, di un programma di produzione attiva dei virus killer. I medici russi li utilizzarono sui campi di battaglia durante la seconda Guerra mondiale, e le truppe del generale tedesco Erwin Rommel fecero lo stesso in nord Africa. Ma l'idillio tra fagi e Occidente non durò molto: gli esperti americani cominciarono a sollevare dei dubbi sulla loro efficacia, e quando nel 1941 la penicillina - accolta come farmaco miracoloso - fece la sua comparsa negli ospedali, tutti se ne dimenticarono. Negli anni Settanta, l'Eliava Institute era ormai sprofondato nell'oblio: cinquant'anni di ricerca rischiavano di andare persi per sempre. Ma gli scienziati del centro, con la tenacia di monaci medievali, fecero di tutto per mantenere in vita il loro "database".

«Un giorno, all'Eliava, è andata via la corrente», raccontano Michael Shnayerson e Mark J. Plotkin in The Killers Within: The Deadly Rise of Drug-Resistant Bacteria. «Nei mesi successivi, continuò ad andarsene spesso, fino al blackout totale del 1993. I ricercatori misero i fagi nei frigoriferi di casa loro; almeno, in quelli, l'elettricità funzionava qualche ora al giorno». Nel frattempo, Sulakvelidze ne portava degli esemplari in America, racchiusi in un'ampolla piena d'acqua ogni millilitro della quale ne conteneva circa duecento milioni. Nei fiumi, laghi e oceani di tutto il mondo ce n'erano circa 1031 specie diverse: per certi aspetti, sono la forma di vita più diffusa sul pianeta. Sono dappertutto, e l'unico scopo della loro vita è quello di riprodursi. La distruzione dei batteri è solo un'attività collaterale.

Al contrario degli antibiotici, che attaccano i batteri indirettamente inibendone i meccanismi cellulari, i fagi sono veri e propri missili che distruggono la cellula stessa. Si riproducono all'impazzata, producendo una miriade di minuscoli cloni, finché essa non scoppia. La loro capacità riproduttiva li rende terapeuticamente perfetti: sono l'unica medicina che, una volta arrivata nel sangue, non si esaurisce mai, finché l'infezione non è stata debellata. Oltretutto, ne esistono parecchie varianti, ognuna in grado di attaccare un batterio specifico. Un fago anti-Salmonella non ha alcun effetto sullo Staph aureus, e viceversa. Questa caratteristica è al tempo stesso il vantaggio e lo svantaggio dell'uso di questi virus come agenti terapeutici: al contrario degli antibiotici a largo spettro, che uccidono qualsiasi microbo incontrino, i fagi distruggono i germi patogeni e "lascaino intatta la microflora benigna". Ma proprio per questo, la cura dev'essere accuratamente studiata, per prendere di mira il batterio giusto.

La definizione dell'arsenale

La terapia fagica ideata dai russi era polivalente (ogni preparato conteneva diverse specie in grado di attaccare batteri diversi) ma al tempo stesso imprecisa: nemmeno gli scienziati dell'Eliava conoscevano con precisione la composizione dei farmaci. Il compito di Sulakvelidze è stato quello di progettare un arsenale completo e puntuale di virus che potessero essere combinati secondo proporzioni stabilite. Con il suo team del Maryland, ha messo insieme una raccolta di monofagi - composti da singole specie - e ha sequenziato il genoma di ogni variante, arrivando a una classificazione inimmaginabile ai tempi di Eliava. Spesso un solo preparato aveva fino a 17 obiettivi diversi", spiega il ricercatore. «Ma nessuno sapeva quali fossero i fagi effettivamente attivi tra quelli presenti all'interno del composto. Oggi, invece, sappiamo esattamente come mescolare i nostri cocktail e possiamo produrli in serie, perfettamente identici».

Per procurarsene altre specie, è bastato prelevare ulteriori campioni dall'Inner Harbor di Baltimora. Le acque della Chesapeake Bay, in cui si trova il porto, sono a stretto contatto con quelle dell'oceano Atlantico, particolarmente ricche di microrganismi. Se non ne funziona uno, basta provare con un altro. «L'interscambiabilità è uno dei principali vantaggi dell'uso dei fagi», aggiunge Sulakvelidze. «Per produrre un antibiotico ci vogliono dieci anni e moltissimi soldi. La natura è il miglior laboratorio del mondo. Nessuna azienda o istituzione può reggerne il paragone».

Prima di conoscere il russo, Morris aveva già sentito parlare dei batteriofagi. Fin dagli anni Sessanta, questi virus erano utilizzati per il trasferimento di geni tra batteri, e avevano svolto un ruolo fondamentale nell'evoluzione dell'ingegneria genetica. Morris però, come la maggior parte degli scienziati occidentali cresciuti nell'era degli antibiotici, non li aveva mai presi in considerazione come possibile trattamento anti-infezioni. Ma via via che passava in rassegna, con la guida di Sulakvelidze, la letteratura sull'argomento - per quanto scarsa e imprecisa - cresceva in lui l'entusiasmo: stava scoprendo un'arma rivoluzionaria nella sua annosa lotta contro i batteri. I due scienziati iniziarono a raccogliere fagi dal sito più vicino: il porto di Baltimora e la Chesapeake Bay. Ma, per portare avanti una ricerca più approfondita, avevano bisogno di soldi. Nel 1996 Caisey Harlingten, imprenditore che aveva già finanziato alcuni progetti di evoluzione tecnologica dell'oftalmologia, fondò un'azienda e stipulò una partnership con l'ormai agonizzante Eliava Institute. Gli americani speravano di approfittare del database sovietico e dei decenni di esperienza fatta dai russi in campo militare e ospedaliero. Ai ricercatori di Tbilisi, in cambio, furono promesse delle royalty, e la possibilità di salvare la loro preziosa collezione. A dirigere la nuova azienda, però, fu chiamato un altro scienziato, Richard Honour, che decise ben presto di tagliare i ponti con il centro sovietico, preferendo realizzare fagi geneticamente modificati direttamente negli Stati Uniti. L'Fda, del resto, avrebbe difficilmente autorizzato l'importazione dalla Georgia che in realtà erano disponibili ovunque.

Sperimentare sugli animali

A questo punto Sulakvelidze e Morris si trovavano a un bivio. Andare avanti con la Phage Therapeutics di Harlingten avrebbe voluto dire tradire l'origine dell'idea, nonché i connazionali - e amici - di Sulakvelidze, che tra l'altro era drasticamente contrario all'ipotesi dei fagi Ogm: perché cercare di migliorare un'arma che la natura aveva già provveduto a perfezionare nel corso dei millenni? «Mi dispiace dirlo, ma dal punto di vista economico non è assolutamente conveniente istituire un centro di produzione a Tbilisi, con i tempi che corrono», ammette il georgiano. «Tuttavia abbiamo ritenuto lo stesso inappropriato andare avanti con Harlingten, e ci siamo licenziati». Si ritrovarono quindi da soli con un progetto di ricerca, l'appoggio dell'Eliava e dei temibili concorrenti: oltre alla Phage Therapeutics, c'era anche una startup analoga ispirata agli studi di Carl Merrill, un ricercatore del Nih esperto in transfer genetici, che si era interessato ai fagi fin dagli anni Sessanta. Nel 1993, aveva lanciato i primi farmaci a composizione fagica per l'Exponential Biotherapies. Fortunatamente, Sulakvelidze e Morris riuscirono a portare dalla loro parte quattro imprenditori di Baltimora e grazie ai loro finanziamenti fondarono una nuova società, l'Intralytix, nel 1998. Come amministratore delegato, fu chiamato John Vazzana, un veterano del settore ormai in pensione: a lui era affidato il compito di guidare l'Intralytix attraverso i deserti della sperimentazione fino al traguardo dei sospirati profitti.

Nel 2002, era ormai chiaro che bisognava trovare una strategia per guadagnare tempo finché i farmaci russi non avessero raggiunto gli standard occidentali. Anche la concorrenza era con l'acqua alla gola: ironia della sorte, la Phage Therapeutics aveva già chiuso. Per evitare di fare la stessa fine, ci voleva una bella iniezione di fantasia. La soluzione proposta da Vazzana fu tanto sorprendente quanto ovvia: l'Intralytix si sarebbe concentrata sugli animali, invece che sull'uomo. Nelle fattorie americane c'erano circa otto miliardi di esemplari idonei all'operazione: sette miliardi e mezzo di polli, trecento milioni di tacchini e cento milioni di bovini. Nella loro breve e anonima vita, a queste creature vengono di solito somministrati una decina di antibiotici diversi, molti dei quali utilizzati anche dall'uomo. Alcuni hanno uno scopo terapeutico (quando qualche pollo si ammala, l'allevatore li cura tutti iniseme comunque), altri come promotori della crescita (per farli sviluppare più sani e più velocemente). Purtroppo, i microbi nocivi per questi animali ormai assuefatti all'antibiotico diventano sempre più evoluti, e le infezioni sono ogni giorno più difficili da eliminare. Le istituzioni e le aziende ci hanno messo un po' a reagire, ma ora stanno passando al contrattacco. L'Unione europea recentemente ha proibito (con una legge che è entrata in vigore a partire dal 2006) l'uso di antibiotici sugli animali a scopo non terapeutico, e l'amministrazione di Washington sta prendendo in considerazione la possibilità di un provvedimento analogo. A febbraio del 2002 la Tyson Foods, la Perdue Farms, e la Foster Farms, colossi americani dell'allevamento, hanno deciso di smettere di usare i promotori della crescita.

Nell'attesa di una nuova era

Sulakvelidze sta lavorando alla produzione di farmaci a composizione fagica in grado di ridurre l'uso degli antibiotici anche nel trattamento delle patologie. A giugno del 2002, l'Environmental Protection Agency ha finanziato la sperimentazione di un primo prototipo per la cura del Listeria monocytogenes nel pollame. Il cibo sicuro, ovviamente, è solo un primo passo in attesa di raggiungere l'obiettivo reale: il lancio di cocktail fagici in grado di salvare la vita ai pazienti colpiti da infezioni oggi incurabili. Secondo le previsioni di Sulakvelidze, questi prodotti dovrebbero costare meno degli antibiotici.

Già adesso questi farmaci sono in commercio nell'Europa dell'Est, e la fama della loro efficacia si è diffusa anche in Occidente. Purtroppo, considerato il macchinoso iter per l'approvazione dei nuovi farmaci elaborato dall'Fda, la soluzione più immediata è attualmente il ricorso al mercato nero. O almeno, parecchi malati nordamericani hanno deciso di fare una gita a Tbilisi, nella speranza di un miracolo. E prima o poi i fagi saranno reperibili anche in posti come Bangkok e Tijuana: è solo questione di tempo.

«È una situazione frustrante», commenta Morris. «Come medico, mi piacerebbe che anche i malati del mio paese potessero fare ricorso ai batteriofagi. Ogni volta che esce un articolo sull'argomento, ricevo una cinquantina di mail che mi chiedono "Quando saranno in vendita?" Cosa dovrei rispondere?». Per esempio potrebbe rispondere che la terapia fagica per l'uomo dovrebbe essere disponibile in America nel giro dei prossimi cinque anni, e che nel frattempo si sta incominciando a utilizzare questi virus sugli animali e le piante. La scienza occidentale sta riscoprendo un rimedio che si credeva passato di moda, ma verrà il giorno in cui i preparati fagici saranno in bella vista sullo scaffale della farmacia insieme al sapone antibatterico, e l'epoca d'oro degli antibiotici cederà il passo al "Rinascimento dei batteriofagi". E allora, i microbi avranno finalmente pane per i loro denti.

Claudio
Messaggi: 909
Iscritto il: 26/06/2014, 0:48

Re: L'ANGOLO DELLA SCIENZA

Messaggio da Claudio »

LE CELLULE TUMORALI SI DIFENDONO CON L’ENZIMA TIREDOSSINA DISOLFURO REDUTTASI

Vi ho già detto innumerevoli volte come il SELENIO sia alla base dell’enzima GLUTATIONE PEROSSIDASI che è il principale enzima endocellulare per neutralizzare i RADICALI LIBERI. I quattro principali enzimi endocellulari che hanno azione in questo senso sono la GLUTATIONE PEROSSIDASI e la TIREDOSSINA DISOLFURO REDUTTASI catalizzate dal SELENIO, la SUPEROSSIDO DISMUTASI catalizzata dal RAME e dallo ZINCO, la CATALASI, catalizzata dal FERRO. Ma mentre le ultime tre sono esclusivamente endocellulari, la GLUTATIONE PEROSSIDASI produce GLUTATIONE che può uscire dalla cellula e neutralizzare i radicali liberi anche esocellulari. Si sa per certo che le cellule tumorali perdono le catene enzimatiche glutatione perossidasi, superossido dismutasi e catalasi, ma mantengono la catena enzimatica tiredossina disolfuro reduttasi e se ne servono come difesa contro i farmaci citotossici della chemioterapia. Mentre all’inizio una cellula mutante, cioè tumorale, può avere poca tirossina disolfuro catalasi, questa in seguito agli imput dei chemioterapici che producono una grande quantità di radicali liberi, può aumentare nella cellula tumorale anche di 1000 volte diventando completamente resistente all’azione del chemioterapico. Più la cellula tumorale si indifferenzia più produce tiredossina disolfuro dismutasi (che chiameremo Trx-1) se è sollecitata da un chemioterapico. La grande scoperta riguardo alla Trx-1 fu fatta agli inizi degli anni '90, quando alcuni autori dimostrarono che a livello nucleare la Trx-1 catalizza la riduzione dei ponti S-S di due proteine nucleari, proto oncogeni noti con i nomi di c-Fos e c-Jun. Queste due proteine sono dei fattori di trascrizione, ossia legano il DNA in regioni specifiche per indurre l'espressione di nuovi geni. In sé stessi, Fos e Jun sono due proteine facilmente inducibili e molto abbondanti, che dopo la loro unione (divenendo partner) formano un fattore di trascrizione comunemente noto come AP-1.
Il ruolo di questa proteina AP-1 nella genesi dei tumori è ormai completamente dimostrato: la continua stimolazione della cellula tumorale con segnali esterni porta inevitabilmente all'attivazione del fattore AP-1, necessaria per l'incontrollata espressione genica che caratterizza le cellule cancerose. Quando per eccesso di stress ossidativo Fos e Jun divengono ossidati su dei residui di cisteina critici (formando un dimero covalente), la loro funzione viene abolita. Ecco spiegato uno dei motivi perché la cellule tumorali sintetizzano più trx-1 delle cellule normali: togliere di mezzo i rlos (radicali liberi e nel caso delle cellule tumorali sono proprio i farmaci che si usano citotossici) che potrebbero impedire il corretto funzionamento del fattore ap-1. È stato dimostrato che il fattore di trascrizione AP-1 influisce in una vasta gamma di processi cellulari, tra cui crescita cellulare , differenziazione e apoptosi . L'attività dell'AP-1 è spesso regolata tramite modifiche post-traduzionali , composizione del dimero che lega il DNA e interazione con vari partner di legame. I fattori di trascrizione AP-1 sono anche associati a numerose funzioni fisiologiche, in particolare nella determinazione della durata di vita degli organismi e della rigenerazione dei tessuti sani. Ma nei tumori l’AP-1 ha un ruolo fondamentale nella rapidità della differenziazione cellulare ed è uno dei fattori che vengono maggiormente inibiti dalla Vit D che in tal modo agisce in senso anti-angiogenetico. Nel Post precedente vi avevo detto che uno dei meccanismi fondamentali dell’angiogenesi è una stimolazione della proliferazione delle cellule endoteliali e pure della differenziazione. L’anti angiogenesi invece deve agire in senso contrario, inibendo la proliferazione e la differenziazione. Pertanto dopo tale scoperta si è cercato di non somministrare (all’affetto da tumore) solo farmaci che producano una gran quantità di radicali liberi, ma anche farmaci che abbiano un meccanismo diverso, ad esempio farmaci che vadano a bloccare i processi fondamentali della respirazione anaerobica propria del tumore. Comunque si stà imponendo anche un'altra linea, quella immunostimolante che riconosce il tumore attraverso i T-Linfociti e distrugge il tumore come corpo estraneo. La scoperta di questi meccanismi è valsa due premi Nobel anche se dobbiamo dire siamo solo all’inizio.
E’ interessante notare come la catena enzimatica TIREDOSSINA DISOLFURO REDUTTASI (Trx-1) deve essere vecchia come la vita sulla terra a differenza delle altre catene enzimatiche che abbiamo citato che presumibilmente sono subentrate dopo. E’ logico presumere che anche i primissimi esseri viventi dovessero difendersi dai radicali liberi che venivano prodotti durante la digestione proteica, e per far questo hanno elaborato l’enzima Trx-1 Dico questo perché anche i batteri che sono poveri di catene enzimatiche possiedono la catena enzimatica Trx-1 per neutralizzare i ROS (radicali liberi) e paradossalmente in caso di eccesso di ROS la Trx-1 viene potenziata esattamente come avviene nelle cellule tumorali. Possiamo quindi presumere che tale meccanismo sia molto antico e possa risalire addirittura alle prime cellule viventi. E’ abbastanza strano che il tumore che è povero di catene enzimatiche abbia una Trx-1 così ben funzionante e sia in grado di potenziarla in caso di presenza di ROS. E’ anche vero che il tumore nel suo metabolismo produce continuamente ROS, e quindi necessita, per neutralizzarli, di un meccanismo arcaico comune a tutti gli esseri viventi. Io avevo ance proposto l’idea che fossero i batteri che trasferivano alla cellula tumorale il meccanismo per produrre il Trx-1 con conseguente produzione di AP-1 dal momento che questa proteina esiste anche nei batteri come fattore di crescita e di replicazione rapida. Del resto è anche vero che noi condividiamo con i batteri gran parte del patrimonio genetico, basti dire che condividiamo con il Saccaromices Cervisiae (il fungo del lievito del pane) addirittura un buon 23% di patrimonio genetico. Questo sembra paradossale che noi siamo così imparentati con i batteri eppure è la verità. Ora per i tumori avviene una cosa assai strana: impoverimento di tutte le catene enzimatiche ma potenziamento del Trx-1 mano a mano che vanno avanti nella loro indifferenziazione. Alcuni ricercatori hanno notato che sono solo le prime tre chemioterapie che servono, quando il tumore è ancora povero di Trx-1, mentre successivamente si crea resistenza ai ROS prodotti dalla chemioterapia citotossica. Generalmente l’oncologo vi raccomanda, in caso di chemioterapia, di non assumere antiossidanti come la Vit C, Vit E ed altri che abbiamo citato in precedenza, proprio perché andrebbero ad annullare l’effetto della chemioterapia pro-ossidante. Però se esiste nella cellula tumorale questo meccanismo di potenziamento del Trx-1 con produzione di AP-1, questo consiglio trova il tempo che trova dal momento che abbiamo scoperto che la cellula tumorale sa difendersi anche dai chemioterapici. Potremmo considerare il tumore come un “organismo” preistorico, il primo che è apparso sulla terra e che ha elaborato fin dall’inizio dei meccanismi di difesa, soprattutto verso i ROS visto che questi è logico che siano esistiti fin dalla prima comparsa di vita sulla terra. . Bisognerebbe trovare qualcosa di talmente specifico da neutralizzare l’AP-1 che stà alla base della replicazione. Abbiamo visto come già la Vit D agisca in questo senso, però non è detto che la cellula tumorale non sappia travalicare anche questo meccanismo. Sostanzialmente la cellula tumorale è molto più “furba” di quello che si pensava. E’ auspicabile che l’IMMUNOTERAPIA ONCOLOGICA associata alla TERMOTERAPIA ONCOLOGICA possa veramente avere un azione incisiva contro il tumore debellandolo. Staremo a vedere. Nel frattempo applichiamo la dieta che ci propone l’oncologa Debora Rasio nel suo libro “La dieta non dieta”. Già questo potrebbe ridurre una buona percentuale di tumori.

Rispondi